Quando un narco è un messia: la storia di “El Chayo” – Parte I

C’era una volta un uomo che morì due volte. Si chiamava Nazario Moreno González, detto El Chayo o El Más Loco.

Nato ad Apatzingán, nel Michoacán, da famiglia numerosa (aveva dodici fratelli), emigrò illegalmente, adolescente, negli Stati Uniti d’America. Si stabilì in California, dove iniziò a vendere marijuana. Nel 1994, a ventiquattro anni, il primo arresto, in Texas, per traffico di droga. Nove anni dopo il governo degli Stati Uniti lo accusa di essere coinvolto nella distribuzione di un carico di cinque tonnellate di sostanze stupefacenti. Viene emesso un mandato d’arresto, e Nazario fugge in Messico. Gli anni americani non furono solo una palestra di narcotraffico: si convertì, divenne testimone di Geova, prese l’abitudine di uscire portando sempre una copia della Bibbia con sé. Ritornato nella sua terra, iniziò a pregare con i poveri e a predicare: non ci volle molto tempo prima che iniziassero a crederlo un messia.

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Negli anni ’80 Carlos El Tísico Mendoza fondò La Familia Michoacana: un gruppo paramilitare affiliato al Cartello del Golfo col compito di eliminare i suoi concorrenti nel traffico di droga nel Michoacán. Mendoza fu arrestato il 24 ottobre del 2004 dal Gruppo aeromobile di forze speciali (GAFE), corpo d’élite dell’Esercito messicano.

Quell’arresto segnò l’ascesa di Nazario Moreno al vertice della Familia.

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Nel 2006 La Familia ruppe i rapporti col Cartello del Golfo: cinque teste umane, fatte rotolare sulla pista da ballo di una discoteca, funsero da dichiarazione d’indipendenza. El Chayo operò una totale ristrutturazione della Familia: non ne fece un cartello della droga come tanti altri, ma una sorta di organizzazione religiosa. C’era un libro, una specie di “guida spirituale” scritta di suo pugno, che Nazario voleva che i suoi uomini tenessero costantemente a portata di mano. Qualcuno l’aveva intitolata Le massime del più folle, riferendosi al soprannome dell’autore, El Más Loco appunto, “Il più folle”. Conteneva aforismi di ispirazione cristiana e una lunga serie di proibizioni: ai membri della Familia Michoacana era vietato assumere droghe e alcolici, maltrattare le donne, vendere metanfetamina nel Michoacán (la droga doveva unicamente essere destinata all’esportazione); si insisteva continuamente su termini come “umiltà”, “servizio”, “fratellanza”, “Dio”. Se La Familia commetteva degli omicidi, lo faceva in nome della “giustizia divina”, uccidendo «soltanto chi merita di morire». Se La Familia contrabbandava metanfetamina, lo faceva con la sola intenzione di regolare il narcotraffico per impedire lo sfruttamento della popolazione. Se la Familia esisteva era per colpa del governo, che aveva completamente abbandonato il Michoacán: «Anche se riconosco che siamo dei fuorilegge, non avevamo altra scelta», scrive El Más Loco.

Nazario si era costruito una reputazione. Era il messia, il difensore del popolo, il “male necessario”, l’esecutore terreno della “giustizia divina”. Una reputazione che andava mantenuta. Ecco perché durante tutti gli anni in cui diresse La Familia Michoacana El Chayo forniva prestiti agli agricoltori, fondava scuole e chiese, finanziava progetti di bonifica, aiutava coloro che erano in difficoltà. Quando lo Stato era assente, la Familia provvedeva a colmare tutti quei vuoti e quei bisogni, e ad assicurarsi quanto più sostegno popolare possibile.

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Nazario Moreno non era l’unico leader della Familia Michoacana. Lo affiancavano Enrique Plancarte, detto El Kike, e Servando Gómez Martínez, detto La Tuta (“Il maestro”). Nonostante le belle parole contenute nelle Massime del più folle, i membri della Familia erano addirittura famosi per la particolare violenza delle esecuzioni e delle torture. Il reclutamento avveniva soprattutto nelle cliniche di riabilitazione: si aiutavano i tossicodipendenti ad uscire dalla dipendenza da droghe, e in cambio questi avrebbero poi prestato servizio al cartello; se rifiutavano, venivano uccisi.

La principale fonte di reddito della Familia era la metanfetamina, direttamente prodotta in Messico, sugli altopiani della Sierra Madre. Le altre sostanze stupefacenti – soprattutto cocaina e marijuana – venivano importate dal Sud America, e passavano tutte per il porto di Lázaro Cárdenas, nel Michoacán. La Familia era una dei più grandi fornitori di meth negli Stati Uniti, ma non era soltanto la rete di distribuzione ad essere efficientissima: la DEA, l’agenzia federale antidroga statunitense, parlò anche dell’esistenza di grandi laboratori sul territorio messicano capaci di produrre più di quarantacinque chili di metanfetamina in otto ore.

Non solo droga, comunque: le entrate della Familia di Nazario provenivano anche dalla vendita di CD e DVD contraffatti, dall’estorsione, dai rapimenti con riscatto, dalle rapine e dalla prostituzione. Per poter agire indisturbata, la Familia provvide ben presto a corrompere politici, poliziotti e funzionari locali. Gli onesti venivano uccisi e spesso anche torturati, come nel caso – nel 2009 – di dodici agenti della Polizia federale messicana, i cui corpi vennero ritrovati lungo il ciglio di una strada di montagna.

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Nazario morì la prima volta l’11 dicembre del 2010.

Il 9 dicembre di quell’anno duemila agenti della Polizia federale circondarono il villaggio di El Alcalde, nei pressi della città di Apatzingán, dove Nazario si trovava per distribuire doni di Natale agli abitanti. Ovviamente, non era solo: non appena i poliziotti entrarono nel centro abitato, infatti, alcuni uomini armati della Familia Michoacana incendiarono auto e camion per impedirgli di proseguire. Ne seguì una sparatoria che si protrasse per due giorni e che provocò almeno undici morti. Al termine degli scontri, l’11 dicembre, Nazario Moreno González, l’uomo a capo della Familia Michoacana, sulla cui testa pendeva una taglia di oltre 2 milioni di dollari, fu dichiarato morto. Nonostante il suo corpo non fosse mai stato ritrovato (venne poi detto che i membri del cartello lo avevano portato con sé, e seppellito sulle montagne), l’allora presidente degli Stati Uniti del Messico Felipe Calderón – che aveva fatto della guerra al narcotraffico il punto principale del suo programma di governo – celebrò l’operazione come un vero e proprio trionfo.

Ma era davvero tutto finito?

Qui la seconda parte.


Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Delores ha detto:

    Now I know who the brainy one is, I’ll keep lokinog for your posts.

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