A Moisés Sánchez, giornalista

Il corpo di Moisés Sánchez, il giornalista rapito tre settimane prima dalla sua abitazione nello stato messicano di Veracruz, è stato ritrovato dalle forze dell’ordine veracruzane il 24 gennaio scorso. Era stato chiuso in una busta di plastica, decapitato e con gli arti amputati, e abbandonato in una piccola cittadina ad una ventina di chilometri di distanza da Medellín de Bravo, dove viveva.

Nonostante il corpo dell’uomo sembrerebbe irriconoscibile per via delle mutilazioni, il figlio Jorge non avrebbe trovato corrispondenze tra le fattezze del cadavere e quelle del padre, e ha pertanto chiesto che venga effettuato un test del DNA.

Il 25 gennaio il procuratore generale dello stato di Veracruz ha annunciato la cattura di cinque uomini che hanno confessato di aver partecipato al sequestro e all’omicidio di Moisés Sánchez. Uno di loro – un ex-poliziotto probabilmente attivo nel contrabbando di droghe – ha inoltre rivelato di aver agito su diretto ordine del vicecapo della polizia municipale di Medellín, che in cambio avrebbe offerto a tutti e cinque i rapitori la possibilità di trafficare liberamente stupefacenti nella zona. Il vicecapo della municipale di Medellín è anche l’autista e la guardia del corpo personale del sindaco Omar Cruz Reyes, che infatti il testimone ritiene essere il reale mandante dell’omicidio di Sánchez.

La Procura generale della Repubblica del Messico ha accusato Reyes di essere l’autor intelectual dell’assassinio di Sánchez, e sulla pagina Facebook del politico – membro del Partito Azione Nazionale (PAN), di centro-destra – sono fioccati gli insulti: asesino, “assassino”, è il più comune. «Ma io non ho ucciso nessuno», ha protestato il sindaco. E, forse intuendo quella analogia con José Luis Abarca, il sindaco di Iguala sospettato della sparizione dei quarantatré studenti di Ayotzinapa e di collusione con il cartello dei Guerreros Unidos, ha subito precisato di non essere «un Abarca».

Dal 2005 Moisés Sánchez, di professione tassista, si autofinanziava un giornaleLa Unión – che pubblicava quando riusciva e che riempiva con storie di criminalità, contrabbando, corruzione e malgoverno a Medellín de Bravo e nelle città vicine. La Unión fungeva anche da contenitore delle critiche all’amministrazione di Reyes e alla polizia municipale, entrambe accusate – quando non di collusione – di apatia e di incapacità di contrastare l’illegalità e la violenza nella zona.

Moisés Sánchez è stato rapito verso le 19 del 2 gennaio 2015, quando alcuni uomini hanno fatto irruzione nella sua casa, prelevando lui, il suo computer, la sua telecamera e i suoi cellulari. La polizia, immediatamente allertata dai vicini, comparirà sul luogo del crimine soltanto diverse ore dopo il rapimento. La mattina seguente, nel corso di una conferenza stampa convocata appositamente, il governatore del Veracruz Javier Duarte ha liquidato Sánchez come un “semplice” «tassista e attivista di quartiere», senza neanche menzionare quell’attività giornalistica che eppure l’uomo praticava intensamente.

Moisés Sánchez è stato l’undicesimo giornalista ucciso nel Veracruz dal 2010, anno in cui ha avuto inizio il mandato di Javier Duarte, membro del centrista Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI).


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