A Rubén Espinosa, giornalista

Ieri, 1 agosto, sono stati trovati i cadaveri di cinque persone (quattro donne e un uomo) in un appartamento nel quartiere Narvarte del Distretto federale, l’area che comprende la capitale del Messico, Città del Messico. Per quasi tutta la giornata le informazioni in merito sono state scarse: è stato comunicato che i cinque corpi sono stati rinvenuti nudi, forse legati, con segni d’arma bianca e da fuoco, ma non più di questo, il che rendeva ovviamente problematica una contestualizzazione del fatto.

Questo almeno finché non è stata rivelata l’identità di una delle persone uccise: si trattava del fotoreporter Rubén Espinosa; lavorava per la rivista Proceso e per l’agenzia Cuartoscuro. Il corpo dell’uomo, trentun’anni, è stato riconosciuto dalla sorella: era stato colpito violentemente al volto, e riportava due ferite da proiettile. È il settimo giornalista assassinato in Messico dall’inizio del 2015.

Per la sua condizione personale, l’uccisione di Espinosa può essere meglio di altre presa a rappresentare uno dei più grandi problemi del Messico: la violenza contro i giornalisti. Tra tutti e trentuno gli stati (più il Distretto federale) in cui è diviso il Messico, quello di Veracruz è, sotto questo punto di vista, il più preoccupante.

Espinosa era originario di Città del Messico, ma per otto anni ha lavorato in Veracruz, del quale ha raccontato i movimenti e le proteste sociali. Ricevette così tante minacce (fu attaccato persino dalla polizia statale mentre stava coprendo una manifestazione del sindacato degli insegnanti) che decise di trasferirsi nel Distretto federale. Un “esilio” volontario ma di fatto obbligato.

Prima ho scritto che la morte di Espinosa può essere presa a simbolo per la sua «condizione personale». È così: le violenze e le intimidazioni che aveva subito erano pubblicamente note, non come tanti altri giornalisti conosciuti esclusivamente nella regione e spesso nella singola città in cui operavano. Espinosa avrebbe dovuto godere di maggiore protezione, se non altro grazie alla sua “fama”, ma così non è stato.

Rubén Espinosa aveva più volte accusato il governatore del Veracruz Javier Duarte di non aver mai cercato di contrastare il clima di violenza dello stato. Lo aveva accusato di attentare alla libertà d’informazione, di controllare i giornali e le stazioni radio e di costringere al silenzio i giornalisti. Duarte è stato eletto nel 2010: manterrà la sua carica, salvo casi eccezionali, fino al 2016. Finora, nel suo Veracruz, sono stati uccisi tredici giornalisti. Se vogliamo includere anche Espinosa – che non è morto in Veracruz, ma è come se lo fosse –, sono quattordici.

Tra le quattro donne torturate, violentate e uccise ritrovate a Narvarte, l’attivista Nadia Vera Pérez è stata la prima ad essere identificata. La giovane – laureata in Antropologia, amante dell’arte e appartenente al movimento studentesco #YoSoy132 – aveva in passato annunciato di temere per la sua incolumità: a volere la sua morte, disse, era Javier Duarte. Le altre tre si chiamano Yesenia, Nicole e Alejandra.


Puoi vedere alcuni degli scatti di Rubén sul suo profilo Instagram, @espinosafoto.

Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

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