Capire le sparizioni forzate in Messico con “Ni vivos ni muertos” di Federico Mastrogiovanni

Il dramma messicano della sparizione e della sparizione forzata (cioè quella sparizione sostenuta, coperta o direttamente attuata dallo stato) ha raggiunto l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale con il caso dei quarantatré studenti di Ayotzinapa scomparsi da quasi undici mesi. Ma si tratta di un fenomeno che non si circoscrive affatto al “caso Iguala”: dal 2006 ad oggi si contano – ma mancano dati certi – circa ventisettemila persone disperse. Secondo altre stime, si supererebbero le trentamila.

Come comunicato dal Registro nazionale dei dati delle persone scomparse o mancanti (RENPED) nel giugno scorso, la percentuale delle persone ritrovate dalla Procura generale della Repubblica (PGR) è minima, uno 0,4% appena del totale: centododici persone su ventisettemila. Lo stato con il più alto numero di casi di sparizione è il Tamaulipas, nel nord-est, in cui i dispersi sono più di cinquemila. Segue quello del Messico con 2.240 casi; poi il Nuevo León (ancora nord-est) con 2.172; e Jalisco, 2.156.

La sparizione forzata nel Messico contemporaneo è diversa da quella che veniva praticata nell’Argentina negli anni della Guerra sporca o nel Cile di Pinochet. In Messico non vengono rapiti – non solo, non tanto – i dissidenti politici, ma persone del tutto estranee all’attivismo o alla militanza politica; persone che non avremmo nessun problema a definire “comuni”. L’assenza di un profilo unitario nelle vittime rende perciò decisamente complicato legare i tanti singoli casi tra loro e ricondurli ad uno schema generale che permetta di capirne la logica dietro. Tuttavia, oggi la sparizione forzata in Messico viene sempre più considerata come parte di una strategia del terrore portata avanti dallo stato. E questo grazie soprattutto al lavoro di un giornalista italiano, Federico Mastrogiovanni, autore di Ni vivos ni muertos. La sparizione forzata in Messico come strategia del terrore (DeriveApprodi, Roma 2015).

Non è forse un caso allora – spiega Mastrogiovanni nel suo libro-inchiesta – se il nord-est del Messico (Tamaulipas, Nuevo León, Coahuila) sia la zona in cui la sparizione, spesso forzata, è più praticata. Quest’area ospita riserve di shale gas tra le maggiori al mondo. L’estrazione del gas da argille avviene mediante fratturazione idraulica (o fracking), un procedimento invasivo ed estremamente dannoso sia per l’ambiente che – naturalmente – per chi abita nelle vicinanze di un giacimento. Per prevenire e scoraggiare tentativi di protesta e di opposizione ai mega-progetti (quasi sempre ceduti in concessione ad aziende straniere; ad esempio, il settore minerario messicano è da tempo nelle mani di imprese canadesi) da parte della popolazione, lo stato arriverebbe a creare un clima di terrore, così da fiaccare la resistenza dei suoi cittadini, piegandoli ad accettare passivamente lo sfruttamento delle loro terre.

Perché rapire e non semplicemente uccidere? Perché la costante incertezza della condizione del rapito, contemporaneamente vivo e morto – ni vivo ni muerto, appunto –, ha un maggiore effetto paralizzante sia sulla famiglia del coinvolto (che, per timore di possibili ripercussioni sulla salute del loro caro, preferisce aspettare un riscatto e non denunciare l’accaduto) che sull’intera comunità. L’omicidio, anche il più brutale, è un episodio con una sua conclusione. Ma la sparizione forzata è un trauma perenne, difficilmente riassorbibile, e non genera martiri.

L’analisi di Mastrogiovanni non vuole circoscrivere il fenomeno della sparizione alle polizie e all’Esercito: anche i cartelli sono molto attivi nei rapimenti, e in particolare quello dei Los Zetas. Le vittime preferite dai narcos sono però i tanti migranti centroamericani che attraversano il Messico verso gli Stati Uniti. Bersagli facili, perché sperduti e privi di protezione da parte delle disinteressate autorità statali. Lo scopo dei sequestri non è solo il riscatto: molti migranti diventano schiavi nei campi di lavoro forzato, mentre le donne – soprattutto loro – vengono costrette a prostituirsi nei bordelli e nelle strade.

Aggiornamento 24/12/2015: Stando ad uno studio ufficiale, i principali autori di sparizione forzata in Messico sono la Polizia federale (nel 41% dei casi) e l’Esercito (nel 35%). Seguono le forze di polizia municipali (18%) e quelle statali (6%).


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