Cosa comporta l’accordo di libero scambio nel Pacifico (TPP) per il Messico

Lunedì 5 ottobre il Messico ha concluso un accordo commerciale con altri undici paesi dell’area pacifica: Stati Uniti d’America, Canada, Perù, Cile, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Vietnam, Singapore, Brunei e Malesia. Il nome del trattato, descritto come il più grande accordo di libero scambio degli ultimi anni, è Trans-Pacific Partnership (Partenariato Trans-Pacifico; TPP).

L’importanza del TPP non sta solo nella creazione di una vasta area commerciale nel Pacifico, che rappresenta quasi il 40% dell’economia globale. Il TPP si propone – traduco dal Financial Times – anche di «fare da contrappeso al ruolo economico di Pechino nella regione» e di legare tra di loro «due delle tre maggiori potenze economiche mondiali [gli USA e il Giappone, ndr]» che potrebbero, con il tempo, far cadere tutte le barriere commerciali che le separano.

Com’è ormai consuetudine per praticamente ogni capo di stato, il presidente del Messico Enrique Peña Nieto ha espresso il suo pensiero sull’accordo appena concluso con un paio di tweet. Grazie al Trans-Pacific Partnership, si legge, il Messico «rafforza la sua integrazione commerciale con il mondo», e questo «si tradurrà in maggiori opportunità di investimento e di lavoro ben retribuito per i messicani». Rafforzamento del ruolo del Messico nel mercato mondiale, afflusso di capitali stranieri e incremento dell’occupazione – che, si specifica non a caso, sarà ben retribuita –: in queste tre promesse c’è quasi tutto il peñanietismo.

Anche il segretario dell’Economia Idelfonso Guajardo ha usato parole simili: «Siamo molto soddisfatti dell’esito [dell’accordo, ndr], che ci permetterà di proseguire nel rafforzamento dell’industria automobilistica, e ci aspettiamo un maggiore commercio e un maggior numero di investimenti in questo settore in Asia e in Nordamerica». Il TPP elimina infatti, tra le tante, le barriere che i paesi membri avevano posto alle importazioni nel settore automobilistico, e potrebbe prossimamente introdurre delle quote minime di produzione locale per quanto riguarda le automobili e i relativi componenti. Quest’ultimo aspetto – cito ancora il Financial Times – «oppone i produttori di componenti in Canada e in Messico […] ai produttori automobilistici giapponesi, che nonostante una presenza significativa in Nordamerica hanno ancora delle catene di fornitura in paesi esterni al TPP, come Cina e Thailandia».

La questione è per il momento sospesa, e dunque non c’è ancora nulla di ufficiale, ma pare che la quota minima di produzione interna al TPP si aggiri intorno al 45% per le automobili e intorno al 40% per gli autoricambi. A differenza dei giapponesi, questa percentuale non costituirebbe un problema per i messicani e i canadesi: l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA) – stipulato da Stati Uniti, Canada e Messico nel 1992 – fissava la quota minima di produzione interna al 62,5% per le automobili e al 60% per i componenti.

Per Guajardo il TPP faciliterebbe anche l’accesso ai mercati di Cile e Perù, due dei più importanti partner commerciali del Messico in America latina.

Ma, come si è intuito, all’interno dei dodici paesi firmatari in molti stanno contestando il Trans-Pacific Partnership. David Márquez Ayala, esperto di economia e opinionista sul quotidiano messicano La Jornada, ha ad esempio inserito il TPP tra «gli accordi che il Messico non dovrebbe firmare»: lo considera anzitutto un «trattato ridondante», in virtù del fatto che il Messico è già legato alle economie nordamericane dai tempi del NAFTA (anch’esso giudicato negativamente, dato che avrebbe trasformato il Messico in un paradiso della manodopera a basso costo ad uso e profitto delle imprese canadesi e statunitensi); per quanto riguarda gli altri paesi del Pacifico non inclusi nel NAFTA, l’importanza del TPP resta comunque «marginale». Ma quel che a Márquez preme sottolineare è che il Partenariato, aprendo il Messico ai grandi capitali globali, porterà ad una ulteriore deregolamentazione (rispetto a quella già causata dal NAFTA) del mercato, rendendo certamente il Messico più appetibile per gli investitori privati e stranieri, ma forse non migliore per «il 99% dei messicani».


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