L’Asia è la nuova Eldorado dei narcos messicani?

Se volessimo grossolanamente dividere il mercato mondiale delle droghe lo scinderemmo in due parti: in un primo blocco metteremmo i principali consumatori di cocaina (Stati Uniti d’America, Australia ed Europa, con la Spagna in testa); nell’altro, i maggiori acquirenti di droghe sintetiche (Asia orientale e sud-orientale). Come tutte le schematizzazioni, anche questa non tiene ovviamente conto della complessità della situazione, che non può essere condensata in un paio di righe. Ma, come tutte le schematizzazioni, resta un utile punto di partenza per comprendere tanto l’articolazione generale del narcotraffico globale, quanto la sua evoluzione. Lo scenario qui accennato è sostanzialmente quello delineato qualche mese fa dall’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime; l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) in un rapporto intitolato La sfida delle droghe sintetiche nell’Asia orientale, nel sud-est asiatico e in Oceania.

Nella sua relazione l’UNODC – che concentra la sua analisi su una particolare sezione del mondo (il nostro “secondo blocco”, quello asiatico) – specifica fin dalle prime righe come «le metanfetamine continuino a dominare il mercato delle droghe sintetiche nell’Asia orientale e del Sud-est»: il numero delle tonnellate di metanfetamina sequestrata in queste zone è addirittura quadruplicato negli ultimi anni, passando dalle undici tonnellate nel 2008 alle quasi quarantadue nel 2013. La metanfetamina, che sia in pillole (yaba) o in cristalli (la celebre crystal meth, meglio nota col nome di philopon nell’Asia orientale e con quello di syabu nel Sud-est), vince la concorrenza con la cocaina in virtù del suo prezzo notevolmente inferiore, che la rende quindi più facilmente accessibile per gli utenti meno abbienti. Per fare un esempio, nel 2013 in Thailandia una yaba si poteva acquistare per circa quattro dollari statunitensi; un grammo di cocaina costava invece sugli ottanta.

Da dove proviene tutta questa metanfetamina? Nel 2013, in Cina sono stati smantellati quasi quattrocento laboratori di metanfetamina. È in Cina che si sono sequestrate, negli scorsi anni, le maggiori quantità della sostanza (4,5 tonnellate nel 2009; quasi 8 nel 2013). Ed è sempre dalla Cina che partono i grossi traffici diretti verso le Filippine e l’Australia. Il gigante d’Asia ha un chiaro ruolo da protagonista nel narcotraffico di questa regione del pianeta, ma non è, ovviamente, l’unico attore presente. Il lavoro dell’UNODC evidenzia il massiccio coinvolgimento delle organizzazioni criminali messicane nel contrabbando di droghe sintetiche in Asia orientale e in Oceania. I narcos sono infatti legati da stretti legami commerciali con i trafficanti australiani e soprattutto con quelli in Cina. La partnership tra cartelli messicani e gruppi criminali cinesi è del resto nota e di vecchia data: dalla Cina i narcos importano, ad esempio, i precursori necessari alla produzione di metanfetamina, ma i traffici illeciti tra i due paesi non si limitano alla droga, e includono anche materiali destinati all’industria siderurgica, come quel minerale ferroso di cui il Messico è ricco.

La metanfetamina vince ancora sulla cocaina nell’est e sud-est asiatico grazie alla sua economicità. Allo stesso tempo, i narcotrafficanti la adorano perché è completamente sintetica (non necessita di climi particolari per crescere né di grandi spazi né di cure) e perché la si può produrre a basso prezzo.

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Si è logicamente portati a pensare al mercato statunitense come al principale sbocco di tutte le sostanze stupefacenti che in Messico transitano o vengono direttamente prodotte. Cos’è che dunque ha spinto – e sta spingendo, sempre di più – i cartelli ad orientare i loro traffici verso il Pacifico? Certamente la ricerca di nuove piazze vergini, o comunque non sature, dalle quali trarre profitto: l’aumento del contrabbando di droghe sintetiche verso queste aree è speculare alla significativa crescita che la zona pacifica sta vivendo negli ultimi anni dal punto di vista economico e commerciale. Dall’altra parte c’è la “crisi” del mercato americano, dove il consumo di metanfetamina sembra stagnante o addirittura in calo (ma non c’è univocità di vedute tra gli analisti).

È proprio da questi due punti appena accennati – la crescente ricchezza dell’Asia e la “crisi” della piazza statunitense (non solo, vedremo, per mancanza di utenti) – che si deve partire per comprendere l’ulteriore evoluzione del narcotraffico messicano. Il rapporto dell’UNODC, circoscrivendo il discorso alle synthetic drugs, non fa menzione del fatto che lo sviluppo asiatico sta portando ad un aumento della domanda di cocaina. Bryan Harris del Financial Times ha recentemente analizzato quest’ultimo fenomeno. I cartelli che più degli altri si sono lanciati nell’impresa di riempire l’Asia con la loro merce – scrive – sono due: quello di Sinaloa e quello Nuova Generazione di Jalisco.

Il Cartello di Sinaloa, nato intorno alla metà degli anni Ottanta e guidato da Joaquín El Chapo Guzmán (evaso lo scorso luglio da una prigione di massima sicurezza e recentemente scampato ad un tentativo di cattura), continua a dominare il mercato statunitense e viene nel contempo indicato come uno dei principali fornitori di cocaina – e di meth – in Asia e nel Pacifico.

Il Cartello Nuova Generazione di Jalisco (CJNG), costola dell’estinto Cartello del Milenio, viene fondato nel 2009 da Nemesio El Mencho Oseguera e ha conosciuto nell’ultimo anno una crescita spaventosa, che ha portato molti analisti a ritenerlo già il gruppo criminale più potente del Messico e forse anche del mondo. Il CJNG non è molto presente negli Stati Uniti perché la sua piazza prediletta è quella asiatica (ma è attivo anche in Australia, Spagna, Italia e in alcuni paesi d’Africa), dove riversa soprattutto eroina e anfetamine; da Hong Kong importa, tra l’altro, efedrina e altri precursori a prezzi vantaggiosi in seguito ad accordi stretti con imprenditori locali. Ultimamente – scrive Harris – il CJNG sta ampliando il suo business nella regione trafficando cocaina in Cina (Hong Kong, per la precisione) e in Giappone.

E se pure in Asia i narcotrafficanti corrono grossi rischi (dall’ergastolo alla pena di morte; ma bisogna dire che le autorità locali non sono attualmente in grado di contrastare business illeciti così imponenti), questi vengono ampiamente ripagati dagli enormi ricavi della vendita di stupefacenti. Ad Hong Kong, ad esempio, un chilo di cocaina si può vendere ad un prezzo tre volte più alto di quello che la stessa quantità di sostanza avrebbe negli Stati Uniti. In Australia si arriva a sei volte tanto. La “crisi” del mercato americano di cui parlavo è anche questa: offre minor profitto. In un anno, invece, il narcotraffico nella sola Asia orientale ha fatturato oltre cento miliardi di dollari.

Il Trans-Pacific Partnership, l’accordo di libero scambio che ha legato dodici paesi dell’area pacifica (Messico compreso), potrebbe portare ad un ulteriore incremento del traffico di droga nella regione. Secondo Bryan Harris, i narcos presteranno senz’altro attenzione all’abolizione o alla riduzione delle tariffe doganali su alcuni beni, nei quali potranno nascondere sostanze di contrabbando.


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