Come ha reagito il Messico agli attentati di Parigi?

La prima, immediata reazione ufficiale messicana agli attacchi terroristici di Parigi del 13 novembre è stata di biasimo: su Twitter, il presidente Enrique Peña Nieto ha condannato energicamente gli attentati e ha, ovviamente, espresso la sua solidarietà al popolo francese e alle famiglie delle vittime.

Più significativa dal punto di vista politico è stata la scelta, a tre giorni dagli eventi, di blindare” le frontiere: la Commissione nazionale di sicurezza, direttamente dipendente dal Governo, ha specificato che la decisione è stata presa per prevenire il rischio di attentati terroristici, nonostante – ha aggiunto – il Messico non corra pericoli. Sono anche state incrementate le misure di sicurezza nell’aeroporto, nelle stazioni e nelle ambasciate della capitale, Città del Messico.

Il dibattito pubblico messicano di commento ai fatti di Parigi è sostanzialmente diviso in due. Da una parte, c’è chi tenta di rassicurare i messicani facendo notare come gli attentatori fossero cittadini francesi e belgi, e che quindi il problema del “terrorismo islamico” è – almeno in parte – interno all’Unione Europea. Dall’altra, c’è chi teme ripercussioni sul Messico alla luce della sua vicinanza, anche economica, con gli Stati Uniti d’America, più volte minacciati e indicati dai jihadisti dello Stato Islamico come potenziali bersagli di ipotetiche aggressioni future.

Stando all’Institute for Economics & Peace, che ha recentemente pubblicato un indice dei 124 paesi maggiormente colpiti dal terrorismo nel 2014, il Messico si trova in 44° posizione – prima di Italia (54°), Germania (53°) e Spagna (65°), ma dopo Cina (22°), Regno Unito (28°), Stati Uniti (35°) e Francia (36°). Per terrorismo si intende un atto «intenzionale», «violento» e compiuto da «autori sub-nazionali» (non viene quindi considerato il terrorismo di stato), che deve rivolgersi contro «un obiettivo politico, economico, religioso o sociale», deve mostrare «l’intenzione di intimidire o di trasmettere un messaggio ad un pubblico più ampio di quello delle vittime immediate» e deve infrangere «le norme del diritto internazionale umanitario».

La relazione specifica che le organizzazioni terroristiche che hanno causato più vittime nel 2014 sono lo Stato Islamico con 6.073 morti e Boko Haram con 6.644. Nessuna delle due è attiva in Messico, che non è interessato neanche dal fenomeno dei foreign fighters che scelgono di combattere per Daesh – fenomeno che, al contrario, interessa particolarmente alcuni paesi europei come Francia, Russia, Regno Unito e Belgio (da dove proviene, in proporzione al totale degli abitanti, il maggior numero di combattenti stranieri nello Stato Islamico).

Come si legge a pagina 3 del Global Terrorism Index 2015, è importante porre il terrorismo «nel contesto delle altre forme di violenza. Almeno 437.000 persone vengono assassinate ogni anno, una cifra che supera di oltre tredici volte il numero delle vittime del terrorismo».

La decisione di chiudere le frontiere si inserisce perfettamente, infine, in una strategia governativa iniziata nell’estate 2014 per contenere il flusso dei migranti centroamericani che attraversano il Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Stando ai dati, nel primo anno di messa in atto del “Programma frontiera sud” sono stati arrestati il 73% di migranti in più rispetto al periodo 2013-2014. Con le detenzioni sono aumentati anche gli abusi sui migranti, che non hanno tuttavia – ad ennesima dimostrazione della scarsa utilità delle politiche repressive in materia di immigrazione – rinunciato al loro viaggio verso il Nordamerica. La loro traversata si sarebbe però fatta più costosa e pericolosa, fanno sapere gli attivisti per i diritti umani.


Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

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