Fare i conti con Peña Nieto

Dal 1 dicembre 2012, giorno in cui assunse il suo incarico, Enrique Peña Nieto si presentò al Messico e al mondo intero come il “presidente riformista”, come colui che, ambiziosa agenda innovatrice alla mano, avrebbe rilanciato il paese e il suo ruolo nell’economia globale. Per far questo e per farlo in fretta, senza ritrovarsi poi in un’impasse, c’era bisogno di una grande coalizione governativa che riunisse i tre principali partiti – il Partito Rivoluzionario Istituzionale, il Partito Azione Nazionale e il Partito della Rivoluzione Democratica – e li convincesse a cooperare su un vasto programma comune. Il Pacto por México venne firmato il 2 dicembre 2012.

Il 2013 fu l’anno di Peña Nieto. Il Congresso, sede del potere legislativo, approvò tutte le “riforme principali” del presidente. La riforma energetica prevedeva l’apertura del settore petrolifero agli investimenti privati. La riforma delle telecomunicazioni doveva analogamente favorire la competizione nel settore e diminuire lo strapotere dei colossi América Móvil (di proprietà del miliardario Carlos Slim) e Televisa (che pure giocò un ruolo cruciale nell’elezione di Peña Nieto). La riforma fiscale mirava ad aumentare il gettito fiscale, uno dei più bassi tra i membri dell’OCSE, e a ridurre l’assurda disparità di ricchezza tra i vari strati della popolazione. La riforma dell’istruzione avrebbe dovuto migliorare la qualità dell’educazione e degli insegnanti, introducendo test di valutazione e nuove modalità di assunzione. La lista continuerebbe: la riforma del sistema giudiziario; la riforma elettorale; la riforma delle forze di polizia; la nuova legislazione anti-corruzione; la nuova legislazione in materia di sicurezza, per ridurre la violenza generata dall’amministrazione Calderón; più trasparenza nelle istituzioni…

Nel 2014 l’ottimismo di Peña Nieto – México, la gran esperanza è il titolo del suo ultimo libro – andò a schiantarsi contro un paio di scandali che lo riguardavano personalmente e contro un altro paio di paradigmatici episodi di violenza ad opera di Esercito e polizie. Il 30 giugno 2014 a Tlatlaya alcuni militari giustiziarono ventidue civili: le autorità furono accusate di aver alterato la scena del crimine per eliminare le prove del massacro. Il 26 settembre ad Iguala un centinaio di studenti vennero aggrediti da diversi corpi di polizia e dall’Esercito: tre i morti, quarantatré i dispersi. Nel novembre un team di giornalisti scoprì che l’esclusiva residenza privata della first lady risultava intestata ad una impresa edile collegata ad Armando Hinojosa, imprenditore che vinse numerosi appalti nello Stato del Messico quando Peña Nieto ne era governatore: a scandalo sollevato, il governo decise di revocare un multimiliardario appalto per la costruzione di un treno ad alta velocità nel quale figurava una società collegata proprio ad Hinojosa. Sia Peña Nieto che sua moglie sono stati recentemente scagionati da ogni accusa, compresa quella di conflitto di interessi.

Il 2015 ha sancito la decisiva fine della credibilità di Peña Nieto. L’anno si apre con un nuovo massacro – quello di Apatzingán del 6 gennaio, sedici morti – nel quale restano implicati ancora una volta l’Esercito e la Polizia federale. Il “caso Ayotzinapa” si rivelerà un susseguirsi di omissioni e bugie. Nell’aprile si scopre che il segretario degli Interni Osorio Chong, fedelissimo del presidente, possedeva due sfarzose abitazioni finanziate da un noto imprenditore. Il 22 maggio la Polizia federale stermina quarantadue civili a Tanhuato, in Michoacán: fonti ufficiali parlano di criminali, forse narcos; come a Tlatlaya, la scena del crimine mostra segni di alterazione. Il 12 luglio El Chapo Guzmán evade dal carcere di massima sicurezza in cui era stato rinchiuso da poco più di un anno: documenti trapelati e pubblicati dal settimanale Proceso hanno rivelato che il governo federale era stato ampiamente avvisato delle mosse sospette del narcotrafficante, che dalla sua cella progettava la fuga. Il 1 agosto il fotoreporter Rubén Espinosa, l’attivista Nadia Vera e altre tre donne vengono uccisi all’interno del loro appartamento a Città del Messico: Espinosa è stato il settimo giornalista assassinato in Messico dall’inizio del 2015, e non è stato l’ultimo dell’anno.

Quello che era scetticismo nei confronti di Peña Nieto si trasforma in feroce critica: il presidente ha palesemente dimostrato – dicono i suoi oppositori – di non avere nessuna strategia per superare la crisi dello stato di diritto in cui versa il paese. I cittadini, poi, non hanno più fiducia in un governo continuamente coinvolto in episodi di corruzione. L’indice di gradimento del presidente crolla di venti punti in un anno: ad agosto 2015 si aggirava intorno al 35% appena.

Peña Nieto aveva promesso più sicurezza, ma il tasso di omicidi ha ricominciato ad aumentare, con quasi 14mila persone assassinate nei primi nove mesi del 2015. Il tasso di impunità resta altissimo: meno del 5% di tutti gli omicidi viene perseguito con successo. L’emergenza femminicidi è tutt’altro che rientrata, con una media di sei donne assassinate al giorno. E il numero dei desaparecidos non è neanche quantificabile.

Messi da parte i trionfalismi della prima ora, la verità è che la crescita economica così come annunciata fatica ad ingranare, e chissà quando – e se – arriverà. Il Messico cresce, sì, ma non abbastanza: per il 2015 si prevede una crescita del 2,3% circa, ma non è sufficiente per un paese che nel 2014 contava oltre 55 milioni di poveri su quasi 120 milioni di abitanti (nel 2012 i poveri erano 53 milioni). «Se vi aspettate di vedere una crescita del 7% grazie alle riforme strutturali [di Peña Nieto], non è molto probabile che accada»: così ha dichiarato Paul Krugman, premio Nobel per l’economia 2008, nel corso del suo intervento ad un summit economico svoltosi recentemente a Guadalajara.

Krugman ha sottolineato, scoperchiando un altro tasto dolente del peñanietismo, l’importanza dell’istruzione «per stimolare la crescita». Il Messico, nonostante la retorica presidenziale sulla buona scuola, resta il paese dell’OCSE con la più bassa spesa media per studente. Inoltre, il contesto generale dell’offerta educativa è fortemente sbilanciato e discriminante: le scuole situate nelle zone più povere sono anche quelle che ricevono meno sussidi statali, e quindi anche quelle più carenti – strutturalmente e in termini di qualità dell’apprendimento.

Tuttavia, stando all’ultimo indice della Banca mondiale sui paesi in cui è più facile fare affari, il Messico si piazza 38° su 189 (l’Italia è 45°), avanzando di quattro posti in classifica in un solo anno. E la privatizzazione del settore petrolifero, seppur non iniziata nel migliore dei modi, pare stia iniziando a dare i suoi frutti: la seconda fase della “Ronda Uno” – la prima di una lunga serie di aste per la vendita di blocchi esplorativi – si è conclusa con un guadagno superiore a quello previsto. Secondo i critici, la riforma energetica così come concepita servirà ad arricchire le compagnie straniere, piuttosto che lo stato messicano. Ma sulla PEMEX, l’azienda petrolifera statale nata nel 1938 in seguito alla nazionalizzazione di tutte le compagnie petrolifere allora esistenti, grava pesantemente la cattiva gestione dei suoi amministratori e l’obsolescenza degli impianti.

La promessa finale di Enrique Peña Nieto, presentata come naturale conseguenza della sua agenda riformista, era la creazione di nuovi posti di lavoro ben retribuiti. È una promessa che il presidente ha ribadito più volte, l’ultima forse ad inizio ottobre, quando ha commentato la firma del TPP. Durante l’annuale discorso sullo stato della nazione, tenutosi il 2 settembre, Peña Nieto disse che «nel mese di luglio il tasso di disoccupazione è sceso al 4,7%, il più basso per il mese di luglio dal 2008». Il che è vero, ma la maggioranza dei nuovi posti di lavoro che sono stati creati dal 2012 ad oggi riesce a malapena a mantenere gli occupati al di sopra della soglia di povertà: il salario medio mensile è infatti di 6.393 pesos, poco più di 364 euro.

Insomma, alla luce dei fatti, c’è ben più che qualche motivo per essere scettici sulle reali possibilità delle riforme di Peña Nieto. Il governo, dalla sua, ha reagito a quest’ondata di diffidenza con uno spot su YouTube contro i gufi (per usare un termine renziano) e le loro quejas, «lamentele». Inutile dire che non ha funzionato.

Alla fine di ottobre Peña Nieto ha promesso una nuova legge contro la tortura – pratica estesa e sistematica, messa in atto dalle forze di sicurezza messicane nell’impunità pressoché totale – che verrà approvata, ha annunciato, entro tre mesi. Staremo a vedere.


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