Il massacro di Apatzingán, un anno dopo

Il 6 gennaio in Messico si celebra, come in Italia, l’Epifania e il Día de Reyes, o il giorno dei re Magi. Ma da un anno, in Messico, il 6 gennaio non è più solo un giorno di festa.

6 gennaio 2015, 2:30 di mattina. Il palazzo municipale di Apatzingán, stato di Michoacán, è un bell’edificio, rosso e bianco, monumentale, sembra uscito dal Rinascimento. Davanti all’ingresso sono accampati un centinaio di membri e simpatizzanti di una milizia rurale michoacana: hanno dormito lì, stanno protestando contro le autorità perché sono tre settimane che il loro gruppo è stato sciolto e – nonostante cooperino con lo stato nella lotta al cartello dei Cavalieri Templari – non sono ancora stati pagati per il loro lavoro.

Nessuno dei manifestanti ha armi a lunga gittata con sé, e solo in sei sono in possesso di una pistola, tutte peraltro regolarmente registrate. Gli altri sono equipaggiati con bastoni e con rami di limone, frutto tipico di quella terra, a sottolineare con fierezza le proprie origini contadine.

All’improvviso, i federali. Al grido di «Ammazzateli come cani!», iniziano a sparare. Assieme ai poliziotti ci sono anche i soldati del 30° battaglione di fanteria di Apatzingán. In tutto, tra militari e Polizia federale, saranno un centinaio e forse anche qualcosa di più. Uccidono un ragazzo di vent’anni, arrestano quarantaquattro persone tra cui un minorenne. Di quei quarantaquattro, otto vengono pure picchiati. L’accusa per tutti è di possesso illegale di arma da fuoco, ma è talmente falsa che otto giorni dopo un giudice libererà quarantatré detenuti per mancanza di prove.

Cinque ore dopo, un altro, analogo attacco lungo la via Constitución di Apatzingán. Le forze armate puntano stavolta i loro mitragliatori M60 contro una decina di veicoli sui quali viaggiavano alcuni membri di quella milizia campagnola assieme ai loro familiari. Neanche i ragazzi e le ragazze più giovani vengono risparmiati.

Arriva infine l’immancabile commento delle autorità. Dice Alfredo Castillo, commissario per la sicurezza del Michoacán investito da Peña Nieto, che i morti – quelli “ufficiali” – sono nove, provocati dal «fuoco incrociato» con la Polizia federale, successivo all’«imboscata» dei manifestanti. Castillo verrà dimesso dal suo incarico sedici giorni dopo.

La giornalista Laura Castellanos rifiuta questa verità e scopre, grazie ad un impressionante lavoro investigativo, che ad Apatzingán si sono consumate in realtà ben sedici esecuzioni extragiudiziali (e non una sparatoria) ad opera di militari e federali. Castellanos scopre anche che i federali non permisero che i feriti potessero venire immediatamente trasportati in ospedale: l’autorizzazione giunse addirittura a sette ore dal massacro.

Le scene delle esecuzioni vennero inoltre alterate dai federali; i cadaveri e i corpi dei feriti spostati e accostati a delle armi, poste ad arte per simulare un’imboscata. Il risultato fu comunque pietoso, e il tentativo di manomissione evidente.

A seguito della pubblicazione, lo scorso aprile, del primo (di tre) reportage della Castellanos sul massacro di Apatzingán, intitolato “Fueron Los Federales” (“Sono stati i federali”), il sito Aristegui Noticias viene oscurato per più di sette ore.

Finalmente, il 25 novembre, la Commissione messicana per i diritti umani (CNDH) stabilisce in via ufficiale che quello che alcuni poliziotti federali e militari commisero ad Apatzingán fu una grave violazione dei diritti umani, e che vi fu «un uso eccessivo della forza che sfociò in esecuzioni extragiudiziali». Inoltre, la CNDH afferma anche che le persone assassinate in entrambi gli attacchi erano disarmate.

Il 30 giugno 2014, pochi mesi prima dei fatti di Apatzingán, l’Esercito massacrò ventidue civili a Tlatlaya, Stato del Messico. Anche a Tlatlaya la scena del crimine mostrava evidenti segni di alterazione; anche a Tlatlaya le autorità tentarono di insabbiare le esecuzioni extragiudiziali parlando di una sparatoria tra soldati e “criminali”.

Il 26 settembre 2014 ad Iguala, Guerrero, quarantatré studenti di Ayotzinapa vengono rapiti e tre di loro uccisi a seguito di un’operazione in cui si ritrovano coinvolti vari corpi di polizia locale, la Polizia federale e l’Esercito.

Il 22 maggio 2015 a Tanhuato, Michoacán, quarantadue civili – presentati ufficialmente, ancora una volta, come “criminali” – perdono la vita in seguito ad un presunto scontro con soldati e poliziotti federali. La scena, anche qui, mostra chiari segni di alterazione.


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