Sulla (possibile) estradizione di “El Chapo” negli USA

Da quando, venerdì scorso, è stato dato il trionfale annuncio della ricattura di Joaquín Guzmán a sei mesi dalla sua scenografica evasione da una prigione di massima sicurezza in Messico, la domanda che tutti gli interessati alla vicenda si sono posti è stata una: El Chapo verrà estradato negli Stati Uniti stavolta, oppure no?

La pressione degli Stati Uniti per ottenerne la consegna è fortissima – d’altronde, si sono visti rifiutare una prima richiesta nel giugno scorso, e neanche un mese dopo il narcotrafficante è fuggito dalla sua cella – e anche le autorità messicane, nonostante l’iniziale titubanza nell’affrontare l’argomento, hanno presto acconsentito alla domanda di estradizione del fu boss del Cartello di Sinaloa in territorio americano. Una decisione praticamente obbligata. Ma che potrebbe concretizzarsi soltanto tra parecchi mesi: a decidere le tempistiche pare saranno, più che le autorità messicane (che pure hanno detto di voler procedere nel modo più rapido possibile), i ricorsi legali degli avvocati del signor Guzmán.

Juan Pablo Badillo, uno dei difensori del “più potente narcotrafficante al mondo”, ha dichiarato pubblicamente che, «nella stretta osservanza della costituzione», El Chapo «non può essere e non verrà estradato in alcun paese straniero», perché «è messicano, e il Messico ha leggi sagge e una giusta costituzione, e c’è assoluta fiducia nelle autorità carcerarie».

Traducendo, la verità è che l’estradizione negli USA costituisce il peggior scenario possibile per Joaquín Guzmán, e per questo sta cercando di opporvisi con ogni mezzo: lontano dal Messico vedrà svanire la sua influenza e il suo potere, lo stesso potere che gli concesse – durante la sua prima carcerazione a Puente Grande, nel 1995 – di continuare a dirigere indisturbato i suoi affari, di vivere nel lusso anche nella sua cella e infine di evadere nel 2001; lo stesso potere che a luglio gli ha permesso di farlo di nuovo.

Dopo quella (respinta) di giugno, ad agosto gli Stati Uniti hanno presentato al Messico una nuova richiesta di estradizione per El Chapo per cercare di velocizzare le procedure in vista di un futuro arresto del latitante. Ma a metà ottobre un giudice federale messicano si è pronunciato in favore di vari ricorsi presentati dagli avvocati di Guzmán per bloccarne qualunque tentativo di estradizione immediata in caso di cattura. E il già menzionato Badillo ha annunciato ai giornalisti di aver preparato nuove ingiunzioni da presentare in tribunale. La battaglia legale, data la macchinosità della giustizia in Messico, si preannuncia lunga: secondo i più ottimisti, El Chapo toccherà il suolo statunitense verso la metà del 2016. Ma è davvero probabile che, prima che lo faccia, sia passato almeno un anno – o addirittura sei anni, se le cose dovessero prolungarsi.

Quando (e se) sarà negli Stati Uniti, Joaquín Guzmán dovrà rispondere di – fra le tante accuse – traffico di droghe, riciclaggio di denaro, crimine organizzato, omicidio e possesso di cocaina. Ma processarlo potrebbe non essere la ragione principale che sta facendo (e ha fatto) agitare tanto le istituzioni americane. In cambio di uno sconto di pena o magari dell’inserimento in un programma protezione testimoni, El Chapo potrebbe infatti rivelare al Dipartimento di Giustizia statunitense i nomi dei suoi complici nei piani alti della politica e delle forze di sicurezza messicane; potrebbe fornire informazioni preziose sulle dinamiche del narcotraffico; potrebbe partecipare come testimone al processo attualmente in atto contro Alfredo Beltrán Leyva (uno dei leader del Cartello Beltrán-Leyva, rivale ma in origine tutt’uno con quello di Sinaloa) o a processi futuri contro altri influenti narcos.

Il governo messicano sembra avere tutto da perdere – a parte, forse, la credibilità internazionale – se El Chapo dovesse venire estradato davvero. Le rivelazioni di Guzmán negli USA potrebbero infatti provocare un gigantesco terremoto politico a sud della frontiera: non a caso molti analisti scrissero che, piuttosto che arrestarlo, alle autorità federali sarebbe convenuto ucciderlo.

El Chapo, comunque, è stato rinchiuso ad Altiplano, lo stesso carcere da dove è platealmente evaso l’11 luglio. Le motivazioni di questa scelta sembrano, almeno apparentemente, inspiegabili. Alcuni esperti di sicurezza sottolineano che non bisogna escludere la possibilità di una sua ennesima fuga: del resto, è già scappato due volte. Inoltre, Guzmán e i suoi complici conoscono alla perfezione la prigione di Altiplano: la sua struttura, i suoi sistemi di sicurezza, i suoi protocolli di sorveglianza, i suoi dipendenti. È vero, il direttore e qualche altro funzionario sono stati sostituiti, e il narcotrafficante sarà messo (almeno per qualche tempo) sotto strettissima sorveglianza. Ma sei mesi sono davvero pochi per una riorganizzazione completa e capillare: Altiplano, insomma, resta essenzialmente la stessa, e così i suoi punti deboli. Se a questi sommiamo le conoscenze e le risorse di cui El Chapo dispone, e la sua determinazione nell’evitare l’estradizione… questa storia potrebbe presto conoscere nuovi, sorprendenti sviluppi.


Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

Questo articolo è apparso anche su Pangea News.

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