Peña Nieto stringe accordi con l’Arabia Saudita

Dal 17 al 21 gennaio il presidente del Messico Enrique Peña Nieto, accompagnato da una modesta delegazione composta da membri del gabinetto di governo e da rappresentanti del mondo della finanza e dell’industria messicana, si recherà in visita ufficiale in alcuni paesi della Penisola araba: nello specifico, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kuwait.

Erano quarant’anni che l’Arabia Saudita, prima tappa del tour di Peña Nieto, non riceveva un presidente messicano. Nonostante i due paesi non siano eccezionali partner commerciali, sembra che la loro relazione economica possa essere destinata a migliorare: Peña Nieto e il re saudita Salman hanno infatti firmato tutta una serie di accordi volti ad eliminare la doppia imposizione e ad incrementare la cooperazione bilaterale nel settore turistico, nel settore energetico (gas e petrolio) e in quello dei trasporti aerei. I due capi di stato hanno anche espresso l’impegno per una lotta coordinata al narcotraffico e all’evasione fiscale, prima di decorarsi a vicenda con medaglie e onorificenze. È possibile che simili trattati verranno siglati anche in Qatar, Kuwait e negli Emirati.

Secondo gli analisti, Peña Nieto spera che questo tour della regione (e gli accordi commerciali che ne deriveranno) possa portare ad investimenti arabi nel settore energetico messicano. La speranza, si sa, è l’ultima a morire, ma gli stessi analisti si mostrano scettici sulle probabilità di realizzazione di questo scenario: il Messico sta infatti vedendo da anni diminuire la sua produzione di petrolio e non sembrano esserci, insomma, ragioni tali da spingere la penisola arabica ad investirvi.

Poco dopo il suo arrivo, il 17 gennaio, nel Regno dell’Arabia Saudita, Peña Nieto ha dichiarato che il mercato saudita costituisce un ottimo sbocco per l’export alimentare messicano. Il presidente sogna infatti un Messico «che vuole migliorare le sue opportunità di sviluppo e di crescita nelle diverse attività economiche, e che vuole rafforzare l’amicizia e l’affetto con le altre regioni del mondo». Parole simili erano state spese, non a caso, anche per commentare la firma del Trans-Pacific Partnership.

La visita cerimoniale di Enrique Peña Nieto nella monarchia assoluta saudita gli ha attirato numerose critiche, tra le quali spicca quella di Andrés Manuel López Obrador – presidente di MORENA, partito politico di ispirazione cardenista –, non nuovo ad attacchi contro la presidenza. Obrador ha rimproverato al presidente di essere partito per il Medioriente per «evadere dalle [sue] responsabilità» in merito all’arresto dell’ex-governatore dello stato di Coahuila Humberto Moreira (che in passato fu presidente del PRI, lo stesso partito di Peña Nieto) avvenuto il 15 gennaio scorso in Spagna.

Moreira è accusato di appropriazione indebita di fondi pubblici e di riciclaggio di denaro.

Non è la prima volta che Enrique Peña Nieto sembra sottrarsi al dibattito pubblico recandosi all’estero. Nella notte del 26 settembre passato, ad esempio, mentre il Messico ricordava l’anniversario della scomparsa dei quarantatré normalisti di Ayotzinapa, Peña Nieto ha lasciato in anticipo il suo paese per recarsi a New York e partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Quando Joaquín Guzmán evase da un carcere di massima sicurezza a luglio, Peña Nieto decise di continuare la sua visita ufficiale in Francia e di non rientrare immediatamente in Messico, nonostante l’evidente situazione di crisi.


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