Contro la retorica del “narco”, per un Messico più vero

C’è bisogno di raccontare un Messico diverso, più vicino al Messico reale. Per farlo, bisogna smetterla di ricorrere alla solita retorica del “narco”, che – purtroppo – contamina ogni notizia che giunge da questo paese, impedendo il più delle volte di capire davvero cosa succede.

La retorica del “narco” è quella che punta ad identificare i mali del Messico con i narcos, con i cartelli della droga (un altro termine che bisognerebbe iniziare ad abbandonare, dato che non rispecchia quasi più lo scenario della criminalità organizzata messicana). Questa visione miope ed assolutamente parziale – non a caso promossa dalle istituzioni locali, che la usano per autolegittimarsi di fronte all’opinione pubblica nazionale ed estera – non tiene conto della complessità della crisi in cui versa questo paese del Nordamerica. Chi volesse capire meglio il Messico deve pensarlo come una democrazia incompiuta, come uno stato in cui le autorità perpetrano sistematicamente le più disparate violazioni dei diritti umani, che talvolta assurgono perfino a vere e proprie pratiche strutturali per la repressione del dissenso: esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, torture, detenzioni illegali, aggressioni verso i giornalisti e i difensori del bene pubblico. Il “narco” è soltanto una parte del problema, e non il problema.

Questa retorica del “narco” si è ripresentata, in terra messicana ma soprattutto all’estero, con la morte di Gisela Mota, la sindaca di Temixco, stato di Morelos, assassinata il 2 gennaio con quattro colpi alla testa a neanche ventiquattr’ore dal suo insediamento. La Commissione di sicurezza pubblica del Morelos ha dichiarato, qualche ora dopo, che Gisela sarebbe stata uccisa dall’organizzazione criminale dei Los Rojos (una delle principali attive nella zona) per aver rifiutato di accettare una somma di denaro offertale dalla gang.

Fermarsi qui significherebbe offrire una visione parziale del fatto. Alcuni collaboratori della donna hanno infatti rifiutato questa versione ufficiale, ritenendo piuttosto che la sindaca possa essersi fatta dei nemici dopo aver annunciato la rescissione di alcuni contratti eccessivamente generosi che il municipio di Temixco aveva stretto in precedenza con degli imprenditori privati.

Sulla pelle di Gisela è stata inoltre presto condotta l’ennesima battaglia politica, dove una fazione in particolare (il suo stesso partito, quello della Rivoluzione Democratica) ha “sfruttato” l’assassinio della sindaca per giustificare le proprie ragioni in merito al rafforzamento del modello poliziesco del Mando Único nello stato di Morelos. Il Mando Único si prefigge di sottrarre all’amministrazione locale il controllo dei propri corpi di polizia, che verrebbero gestiti direttamente dal governo federale messicano. Lo scopo dichiarato è quello di combattere la corruzione e quindi la presenza delle gang nelle forze di sicurezza locali: questi gruppi criminali, attivi su territori ben più ridotti dei vecchi cartelli, non possiedono infatti le capacità per infiltrarsi nei “piani alti” delle istituzioni.

La stessa Gisela Mota appoggiava questo modello: per questo, i pro-Mando Único hanno usato la sua morte (soltanto ipoteticamente, e in realtà in maniera piuttosto incerta, riconducibile al crimine organizzato) per promuovere addirittura il potenziamento di questo sistema poliziesco in buona parte del Morelos. È proprio come dicevamo sopra: le autorità messicane ricorrono e incoraggiano la retorica del “narco” per autolegittimarsi (loro e le proprie politiche) di fronte all’opinione pubblica. Poco importa – come fanno notare i suoi oppositori – che la legittimità costituzionale del Mando Único sia traballante, dato che il governo federale può assumere il controllo dei municipi solo in casi di «gravi perturbazioni dell’ordine pubblico».

Fermarsi ai narcos sarebbe stato più semplice. Ma non sarebbe stato vero.

La retorica del “narco” serve allo stato messicano anche per occultare il proprio coinvolgimento in alcuni, eclatanti episodi di violenza. Il “caso Iguala” – ovvero la sparizione di quarantatré studenti di Ayotzinapa, la morte di tre di loro e di altri tre civili il 26 settembre 2014 – è l’esempio forse più lampante: la Procura generale della Repubblica messicana non soltanto dichiarò morti i giovani dispersi senza nessuna prova, ma presentò come unici colpevoli l’organizzazione criminale dei Guerreros Unidos; investigazioni indipendenti hanno invece provato come, nella vicenda, siano implicati l’Esercito e la Polizia federale. Il che non significa necessariamente che i narcos vadano sollevati da ogni accusa, ma che oltre a loro c’è di più, e che questo di più è stato nascosto dalle istituzioni.

La retorica del “narco” ha subito coperto anche un’altra possibile mattanza: quella di Tanhuato del 22 maggio, dove quarantadue civili hanno perso la vita sotto il fuoco di – ancora una volta – soldati e poliziotti federali. Ufficialmente, quei morti appartengono a qualche gruppo criminale, forse un vero e proprio cartello.

E la solita retorica è venuta in soccorso alle istituzioni messicane anche per celare il possibile movente politico della morte del giornalista Rubén Espinosa, dell’attivista Nadia Vera e di altre tre donne, tutti uccisi nel loro appartamento a Città del Messico la notte del 31 luglio. Le investigazioni ufficiali si sono concentrate sulla nazionalità colombiana di una delle vittime, imbastendo così una storia di violenza legata al narcotraffico. Qualcosa di simile è stato fatto anche a Juan Mendoza, giornalista veracruzano ritrovato morto il 2 luglio: le autorità lo hanno diffamato, insinuando l’esistenza di un suo legame con il crimine organizzato.


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