Ad Anabel Flores, giornalista

Nelle prime ore di lunedì 8 febbraio, prima che sorgesse l’alba, la giornalista Anabel Flores è stata prelevata dalla sua abitazione nella città di Orizaba (Veracruz) da un gruppo di uomini pesantemente armati, dal volto coperto ma vestiti come militari. È stata ritrovata, senza vita, il giorno dopo al confine tra gli stati di Veracruz e Puebla: aveva le mani legate dietro la schiena, una busta in testa, e segni di tortura sul corpo.

Secondo la testimonianza della zia della vittima, che era con lei in casa nel momento del rapimento, Flores non aveva mai ricevuto minacce.

Anabel Flores Salazar, trentadue anni, aveva un bimbo piccolo e da sole due settimane era di nuovo diventata mamma. Da tempo lavorava come cronista di nera per alcuni quotidiani di Orizaba, occupandosi principalmente dell’influenza del cartello dei Los Zetas nelle istituzioni e nella politica dello stato di Veracruz.

Anche Flores, come tanti suoi altri colleghi giornalisti, è stata immediatamente criminalizzata: soltanto qualche ora dopo l’annuncio del suo rapimento, la Procura generale del Veracruz rese nota una non provata relazione di un qualche tipo tra la donna e un membro degli Zetas.

Successivamente, la Procura del Veracruz affermò che le indagini sul caso si stavano basando su «tutte le voci e i commenti trovati in rete» per non escludere nessuna pista. E così le autorità ne ricondussero il rapimento ad una relazione amorosa non con un narcotrafficante, ma con un poliziotto colluso con la criminalità.

Il 13 febbraio venne fornita una terza e ancora diversa versione. Il governatore del Veracruz, Javier Duarte, annunciò infatti su Twitter la cattura del probabile mandante dell’omicidio di Anabel Flores: si trattava di Josele Márquez, alias El Chichi, un presunto narcotrafficante membro degli Zetas e responsabile della gestione dello spaccio nel Veracruz, “resuscitato” il 2 febbraio dopo essere stato ufficialmente dato per morto da quasi sei mesi.

Escludere ogni legame tra l’omicidio di un giornalista e la professione esercitata, facendolo intanto immediatamente confluire nel comodo – e buono per tutti gli usi – alveo della “violenza legata ai narcos”, è una mossa piuttosto comune in Messico. In questo senso, Duarte dichiarò recentemente che, ad eccezione di quello di Regina Martínez (collaboratrice della nota rivista Proceso uccisa nel 2012), tutti gli altri casi di giornalisti assassinati in Veracruz – quindici, ma il numero varia a seconda dei parametri utilizzati – sono riconducibili alla criminalità organizzata.

Il 4 maggio, con un ennesimo annuncio, la Procura del Veracruz ha informato di aver arrestato il presunto assassino di Anabel Flores. Nel comunicato stampa si poteva leggere che – e non è un particolare da sottovalutare – la giornalista era stata uccisa a causa di «alcune pubblicazioni che danneggiavano gli interessi del gruppo criminale a cui appartiene il detenuto».

Il Veracruz è dal 2010 nelle mani del governatore Javier Duarte de Ochoa, membro del centrista Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), lo stesso del presidente Enrique Peña Nieto. Nei sei anni della sua amministrazione il Veracruz si è convertito nello stato più pericoloso in Messico per chi esercita la professione giornalistica, con quindici reporter assassinati in questo arco di tempo.

Le cause possono essere diverse. Il tasso di impunità generale è innanzitutto altissimo (quello messicano è il secondo più alto al mondo); inoltre le istituzioni statali veracruzane sono da tempo colluse con il crimine organizzato: la stragrande maggioranza dei giornalisti uccisi o rapiti scriveva, infatti, proprio di criminalità e di corruzione. Lo stesso Javier Duarte era stato pubblicamente accusato di essere legato ai Los Zetas.

Il Messico è uno dei primi paesi al mondo in cui è più pericoloso fare giornalismo: nel 2015 vi sono stati assassinati sette giornalisti, e dal 2003 al 2015 ne sono scomparsi ventitré; quattro di questi nel solo Veracruz, su un totale di trentadue entità statali. Il Messico è inoltre il primo stato al mondo per numero di giornalisti scomparsi: lo ha confermato recentemente l’associazione Artículo 19, che si batte per la tutela della libertà di stampa e dei giornalisti nel paese.


Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

Questo articolo è stato modificato e aggiornato il 05/05/2016.

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