Le contraddizioni della visita di papa Francesco in Messico

Già un paio di settimane prima che Bergoglio atterrasse in terra messicana, il nunzio apostolico in Messico Christophe Pierre era stato chiaro: il papa, disse, «non è la persona che risolverà i problemi del Messico, questo spetta ai messicani», e anticipò che Francesco avrebbe sì «toccato» qualche tema delicato, ma che la sua sarebbe stata una visita rigorosamente religiosa.

Lo stesso pontefice non aveva dissentito da queste precisazioni: «Non vado in Messico come un re magio carico di messaggi, di idee, di soluzioni ai problemi; vado in Messico come un pellegrino». E anche il presidente Enrique Peña Nieto aveva voluto sottolineare il carattere pastorale della visita papale, niente di più che «l’incontro di un popolo con la sua fede».

In realtà, il viaggio di Francesco in Messico è stato decisamente sospeso tra la politica e l’omelia. Chi è stato Jorge Mario Bergoglio in quei cinque giorni dal 12 al 17 febbraio? La massima autorità religiosa della Chiesa cattolica, o il monarca assoluto dello Stato vaticano?

Come ricordato dal quotidiano messicano La Jornada in un editoriale, Francesco è stato il primo pontefice a visitare il Palazzo nazionale di Città del Messico, sede del potere esecutivo messicano. La mattina di sabato 13 il papa ha incontrato qui non soltanto alcuni dei principali esponenti della politica messicana, ma anche numerosi imprenditori: più di duemila ospiti. Non ha trovato però il tempo di riunirsi con i genitori dei quarantatré studenti di Ayotzinapa – dispersi da più di sedici mesi – o con i parenti delle vittime di femminicidio, che invano avevano chiesto di poter vedere privatamente il papa, sperando anche che questi si pronunciasse apertamente sul tema così da richiamare l’attenzione nazionale e mondiale su un fenomeno che in Messico è più opportuno chiamare emergenza.

In un’intervista rilasciata a SinEmbargo, il sociologo messicano ed esperto di religione Roberto Blancarte ha detto che, nella pianificazione dell’agenda del papa, hanno avuto più peso gli interessi delle burocrazie vaticana e messicana piuttosto che l’attenzione ai diritti umani. Ha spiegato anche come i politici messicani vedano nel pontefice un’occasione per riacquistare quella legittimità che hanno perso di fronte ai cittadini in seguito a scandali, episodi di corruzione, e promesse disattese.

Se pur bisogna riconoscere al papa di aver «toccato», durante le messe tenute, alcune tematiche sociali particolarmente rilevanti in Messico ma troppo spesso trascurate dalle istituzioni (la questione indigena e la situazione dei migranti), è anche vero che i suoi discorsi, fossero stati pronunciati da qualsiasi altra persona (specie se da un capo di stato), sarebbero stati immediatamente definiti piuttosto ovvi e magari anche superficiali.

Non vanno poi taciute le motivazioni pragmatiche dietro alcune affermazioni umanitarie: se il pontefice ha chiesto «perdono» agli indigeni del Chiapas, se ne ha denunciato la sistematica esclusione dalla società, e se ha infine permesso l’uso di altre lingue native durante le celebrazioni eucaristiche, lo ha fatto anche per conquistarsi dei fedeli: il 60% degli indigeni del Chiapas – che rappresentano oltre la metà della popolazione dello stato – non è di fede cattolica, ma evangelica.

Nessuno, poi, degli otto rappresentanti delle comunità indigene che lunedì 15 hanno mangiato in compagnia del papa apparteneva ad un qualche movimento (che pure sono numerosi) per la difesa della terra e del territorio dei nativi messicani, nonostante il quarto capitolo dell’enciclica Laudato si’ sia addirittura intitolato Un’ecologia integrale e nonostante il suo autore parli espressamente di «ecologia sociale».

Il Chiapas è lo stato del Messico con la più alta percentuale di poveri rispetto al totale degli abitanti (76,2%); ciononostante, sono stati spesi 100 milioni di pesos per organizzare la visita del papa.

Domenica 14 febbraio Bergoglio si è recato ad Ecatepec, nello Stato del Messico. È un comune decisamente sovrappopolato e povero, privo di servizi (manca perfino l’illuminazione statale) perché abbandonato dalle istituzioni, con un tasso di femminicidio e di violenza di genere tra i più alti dell’intero paese. Francesco è, se si accetta la vulgata, il papa degli ultimi e degli emarginati. Peccato che ad Ecatepec gli ultimi e gli emarginati non abbiano potuto ascoltarlo né vederlo: diversi cittadini hanno raccontato dei massicci sgomberi della polizia nei confronti di migranti centroamericani, senzatetto e venditori ambulanti per “ripulire” la zona prima dell’arrivo del pontefice.

L’ultima omelia dell’ultima messa, tenuta il 17 febbraio a Ciudad Juárez da un altare costato 7 milioni di pesos, è stata dedicata al ricordo della troppo spesso dimenticata «crisi umanitaria» dei migranti centroamericani che attraversano il Messico. Ma questa «tragedia», come Francesco l’ha giustamente definita, la Chiesa messicana ha deciso di ignorarla: a dirlo non è un mangiapreti qualunque, ma tre sacerdoti – Alejandro Solalinde, Pedro Pantoja e Tomás González – che hanno fatto dell’attivismo e dell’assistenza ai migranti la loro concreta missione di vita. Non a caso sono stati tenuti il più lontano possibile dal papa e dai luoghi che ha visitato.

A Ciudad Juárez una trentina di madri hanno dipinto sui lampioni di viale Tecnológico – lungo cui sarebbe passato il papa – delle croci nere su sfondo rosa accompagnate dall’ormai tristemente famoso slogan «Ni una más» (Non una di più) per ricordare le figlie assassinate e i numerosissimi casi di femminicidio rimasti impuniti. La manifestazione è stata presto interrotta, e quelle croci nascoste da un’altra mano di vernice. Rossa.


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