Decostruire il discorso di Peña Nieto all’UNGASS sulle politiche in materia di droga

Aveva detto che non avrebbe partecipato, poi ha cambiato idea (pare, forse, a causa dello slittamento della visita ufficiale di Matteo Renzi in Messico): così, il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha presenziato ieri alla Sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGASS), incentrata sul “problema mondiale delle droghe” e tenutasi a New York.

Peña Nieto ha contribuito al dibattito elencando – com’è tipico nei suoi discorsi – i suoi dieci punti in merito alle politiche sulle droghe da adottare. Ha iniziato invitando a considerare «i limiti del paradigma proibizionista» per ripensare la questione «dal punto di vista dei diritti umani»: «Il consumo di droghe – ha detto – deve essere affrontato come un problema di salute pubblica, e non con gli strumenti penali che criminalizzano i consumatori e danneggiano la loro personalità. Dobbiamo passare dalla mera proibizione ad una prevenzione effettiva e ad una regolamentazione efficace. Migliaia di vite dipendono da questo». Il focus sulla tutela dei diritti umani implicherebbe l’applicazione di «pene proporzionate e di misure alternative al carcere» per i reati connessi alla droga.

Peña Nieto ha espresso anche una critica nei confronti della cosiddetta “Guerra alle droghe”, che, iniziata negli Stati Uniti da Richard Nixon negli anni Settanta e poi in Messico con Felipe Calderón nel 2006, «non è riuscita ad inibire la produzione, il traffico e il consumo di droghe in tutto il mondo» ed è per di più costata al Messico «un prezzo eccessivo in termini di tranquillità, sofferenza e vite umane». Auspicando una maggiore e nuova collaborazione internazionale per contrastare il problema delle droghe senza dimenticare stavolta i «danni sociali» che ne derivano, il presidente messicano ha concluso il suo intervento sottolineando «la necessità di aggiornare il quadro normativo per permettere il consumo di marijuana per scopi medici e scientifici» e per aumentare la quantità massima consentita per il consumo personale.

Se ci si limitasse a riportare acriticamente – come finora si è fatto – il discorso effettivamente progressista di Enrique Peña Nieto (o EPN, come viene solitamente contratto), ci si farebbe un’idea completamente sbagliata tanto del presidente, quanto delle politiche sulla droga realmente portate avanti in Messico.

Per cominciare, nonostante EPN non manchi mai di rendere note le sue posizioni contrarie alla narcoguerra (tanto che ci costruì sopra una buona parte della sua campagna elettorale, nel 2012), la verità è che questo approccio fortemente militarizzato – teorizzato e applicato su larga scala da Calderón – continua ad essere sostanzialmente l’unico modello perseguito nel paese per contrastare il narcotraffico e tutto quello che ne deriva: l’Esercito e la Marina continuano a fare il lavoro che dovrebbe spettare alla polizia (in stati come Tamaulipas, Michoacán e Guerrero sono praticamente solo i militari a far rispettare la legge); contro i cartelli e le organizzazioni criminali si continua ad usare la strategia del taglia-la-testa senza veri progressi (per quanto non siano mancate morti e arresti eccellenti, come quelli del Chapo Guzmán e di La Tuta); il numero dei morti in tutto il paese continua ad essere altissimo (dopo un periodo di calo, negli ultimi diciotto mesi il numero di omicidi giornalieri è cresciuto del 31%, riportando il Messico ai livelli di violenza del 2013); e, infine, una vera riforma delle politiche sulla droga continua a mancare.

E qui arriviamo al secondo punto. Se di attenzione ai «danni sociali» provocati dalla violenza del narcotraffico (e dalla guerra al narcotraffico) non ce n’è stata, il passaggio dalla «mera proibizione» delle droghe alla loro «regolamentazione efficace» è stato timido, quasi inesistente. L’unico passo in avanti – se così si può chiamare – è stato relativo alla marijuana: apprezzabile la scelta di istituire un dibattito pubblico sulla legalizzazione o meno della sostanza, e maturo EPN che si è detto pronto a rivedere il suo parere contrario in merito… Ma, più di questo, per ora, non c’è stato. Recentemente – come si è visto nel suo discorso all’UNGASS –, il presidente ha ammorbidito le sue idee: alla legalizzazione della cannabis per uso medico, no (che a volte tende verso un ambiguo ) all’uso ricreativo. E così la pensano molti dei suoi fedelissimi, compreso il segretario degli Interni Osorio Chong.

Per ultimo, l’attenzione ai «diritti umani» non sembra una necessità per l’amministrazione Peña Nieto. La tortura da parte delle forze armate verso i cittadini resta una pratica generalizzata, e chi la commette rimane impunito (EPN ha recentemente bandito dal Messico per un anno un relatore dell’ONU che aveva denunciato la situazione nel paese). Lo stesso può dirsi per la sparizione forzata; anzi, sotto EPN, il numero degli scomparsi è aumentato addirittura del 40%. Femminicidio e molestie sessuali sono temi ritenuti marginali, mentre costante è la criminalizzazione delle vittime. Infine, il governo continua ad ostacolare la ricerca della verità sul “caso Iguala”, quello dei quarantatré studenti scomparsi di Ayotzinapa, gettando inoltre pubblico discredito sul GIEI, un gruppo che sta svolgendo indagini autonome sulla vicenda al quale non è stato concesso di proseguire il lavoro oltre la scadenza fissata per fine aprile.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGASS) si concluderà il 21 aprile e, con molta probabilità, non avrà concrete ripercussioni sulle politiche internazionali in materia di droga. Ad eccezione della marijuana – il mondo lo dimostra – non c’è stata finora nessuna spinta per riformare complessivamente la maniera con cui affrontiamo il “problema mondiale delle droghe”.


Clicca qui per leggere (in spagnolo) il decalogo e il discorso completo di Enrique Peña Nieto.

Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

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