Il secondo (e ultimo) rapporto del GIEI sul “caso Ayotzinapa”

Domenica mattina il GIEI, un gruppo di esperti che ha svolto delle investigazioni autonome sul caso della sparizione di quarantatré studenti della Normale rurale di Ayotzinapa, avvenuta il 26 settembre 2014 nella città di Iguala, ha presentato il suo ultimo rapporto sulla vicenda, demolendo sostanzialmente punto per punto la ricostruzione ufficiale della Procura generale messicana (PGR). A questo rapporto non ne seguiranno altri, perché il GIEI terminerà il suo mandato – nonostante le richieste di prolungamento inoltrate dalla Commissione interamericana dei diritti umani al governo messicano – a fine mese.

Alla presentazione del voluminoso fascicolo non hanno partecipato i funzionari della Commissione messicana per i diritti umani, ennesima spia del rapporto tutt’altro che disteso tra il governo federale e il GIEI: le autorità messicane non hanno mai mostrato di voler cooperare con i cinque esperti per risolvere il caso, ribadendo al contrario più volte che il loro lavoro si sarebbe concluso ad aprile. Verso il GIEI, tra l’altro, è stata condotta una e propria campagna di discredito da parte dei media filogovernativi.

Comunque, questo secondo informe del GIEI raccoglie e approfondisce elementi già resi noti nel corso delle due precedenti conferenze stampa del 6 settembre 2015 (quando era stato presentato il primo volume) e del 7 dicembre, aggiungendo però anche qualcosa di inedito.

Secondo il GIEI, innanzitutto, la versione della PGR – meglio conosciuta come «verità storica» – non può essere accettata perché costruita su delle confessioni estorte con la tortura. L’80% delle persone arrestate per il loro presunto coinvolgimento nella vicenda presenta delle lesioni; diciassette furono sicuramente torturate, compreso il narcotrafficante El Cabo Gil, il “testimone chiave”, colui che secondo la ricostruzione ufficiale avrebbe materialmente ordinato il rapimento dei quarantatré studenti nella città di Iguala e successivamente la loro cremazione in una discarica nei dintorni della città di Cocula.

L’episodio del rogo di Cocula e della cremazione degli studenti è uno dei punti più deboli della «verità storica» della PGR perché non sostenuto da prove scientifiche: è infatti fisicamente impossibile – sia il GIEI che l’EAAF, un altro stimato gruppo di antropologi forensi, lo ripetono ormai da mesi – che nella discarica siano state raggiunte tutte le condizioni necessarie a calcinare un numero così ingente di cadaveri nell’arco di una notte appena.

Il GIEI ha anche escluso la possibilità – solleticata invece più volte dal governo – che gli studenti appartenessero ad una qualche organizzazione criminale, così come che fosse loro intenzione boicottare un evento politico previsto per la sera del 26 settembre 2014, essendosi concluso prima del loro arrivo ad Iguala.

Il GIEI è poi passato a definire gli “attori” presenti ad Iguala quella notte: non soltanto membri della gang locale dei Guerreros Unidos e poliziotti delle municipali di Iguala e Cocula, come invece afferma la PGR, ma anche la polizia municipale di Huitzuco, la Polizia federale e l’Esercito.

Il ruolo dei federali e dei soldati – il 27° battaglione di fanteria era di stanza ad Iguala nella notte del massacro, ma il governo non ha mai permesso che i suoi componenti venissero interrogati – era già stato provato dallo stesso GIEI e da investigazioni giornalistiche. Quello della polizia municipale di Huitzuco (30 km da Iguala) costituisce invece un elemento di novità, e si collega strettamente ad un altro punto del rapporto: contrariamente a quanto affermato dalla PGR, il GIEI ha scoperto che almeno sette telefoni dei normalisti risultavano accesi anche diversi giorni dopo il loro presunto incenerimento. Uno studente, per esempio, ha inviato un messaggio ai suoi familiari nelle prime ore del 27 settembre, quando sarebbe dovuto essere già morto. Il segnale proveniva nella città di Huitzuco.

Secondo il GIEI, per quella notte era stato organizzato un attacco coordinato, con tanto di posti di blocco, contro gli studenti di Ayotzinapa. A questo proposito, il GIEI lamenta come la PGR abbia continuato ad escludere dalle indagini il quinto autobus – secondo la «verità storica», i bus in possesso dei giovani erano soltanto quattro – sul quale viaggiavano i normalisti: in realtà, la PGR ha effettivamente esaminato un quinto autobus, ma non era quello che si trovava ad Iguala il 26 settembre 2014. Il GIEI ritiene che su quel quinto pullman dirottato dagli ayotzinapos fosse stato nascosto un grosso carico di eroina che presumibilmente avrebbe dovuto raggiungere Chicago, negli Stati Uniti: il team di esperti crede che il timore di perdere la partita possa costituire un possibile movente dell’aggressione.

Il presidente Enrique Peña Nieto ha ringraziato pubblicamente il GIEI per «le informazioni e le raccomandazioni contenute nella sua seconda relazione», e ha anticipato che la PGR «analizzerà il rapporto completo per arricchire la sua indagine sui tragici fatti del 26 e 27 settembre 2014. Con trasparenza, responsabilità e rispetto della legge, la PGR continuerà a lavorare affinché giustizia sia fatta».

Peña Nieto non ha però acconsentito al prolungamento del mandato del GIEI, giustificandosi dicendo che l’accordo iniziale con il gruppo era stato già prorogato di sei mesi. Il segretario degli Interni Miguel Ángel Osorio Chong, uno dei politici più vicini al presidente, ha recentemente affermato che le indagini del GIEI non hanno fornito nessun elemento contrario alla «verità storica»: nella visione di Osorio Chong, la cremazione degli studenti nella discarica sarebbe stata confermata dalla (fragile) terza perizia ufficiale condotta sul luogo.


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