Il paese natale di “El Chapo” Guzmán è stato preso d’assalto

Sabato 11 giugno un contingente formato da almeno centocinquanta persone ha fatto irruzione nel piccolo centro rurale di La Tuna, nello stato di Sinaloa, luogo di nascita ed epicentro del potere del narcotrafficante Joaquín Guzmán Loera – meglio conosciuto con il suo soprannome di El Chapo –, attualmente detenuto a Ciudad Juárez in attesa dell’estradizione negli Stati Uniti d’America.

Il nutrito gruppo armato, secondo le testimonianze locali, avrebbe ucciso almeno tre abitanti (alcuni giornali parlano anche di otto o sette vittime in totale) del luogo, spingendosi fino a saccheggiare la casa di Consuelo Loera, l’anziana madre del Chapo.

Sempre testimoni oculari – in assenza, per il momento, di una versione ufficiale dei fatti, che comunque generalmente non è sinonimo di attendibilità – riferiscono che, a partire da sabato, oltre a La Tuna, altri tre villaggi del municipio di Badiraguato sarebbero stati occupati da uomini in armi non identificati. A causa dei ripetuti conflitti a fuoco che si susseguono nella zona da qualche tempo, nelle ultime due settimane più di trecentocinquanta residenti dei pueblos di questo angolo del Sinaloa avrebbero abbandonato le loro dimore, trasferendosi altrove.

Alcuni giornali messicani si spingono ad attribuire la responsabilità dell’assalto – vero e proprio affronto alla leadership e all’onore di Joaquín Guzmán (la cui devozione per la madre è peraltro ben nota), co-fondatore e fino all’8 gennaio passato principale guida del Cartello di Sinaloa, l’organizzazione criminale più potente al mondo – al Cartello dei Beltrán-Leyva e ad Isidro Meza Flores, noto come El Chapo Isidro.

Il Cartello dei Beltrán-Leyva, nato nel 2008 da quello di Sinaloa e da allora suo rivale, è generalmente ritenuto – quando non addirittura estinto – un cartello decadente e svuotato dell’antico potere dopo l’arresto o la morte di tutti i suoi capi, che lo ha portato a dissolversi in una ventina di piccoli gruppi diversi, tra i quali rientrano quelli ormai noti (perché associati al caso dei quarantatré studenti di Ayotzinapa) dei Rojos e dei Guerreros Unidos, in lotta per il controllo dello stato di Guerrero. Su Alfredo Beltrán Leyva, uno dei cinque fratelli fondatori, è in corso un processo negli Stati Uniti, dove è stato estradato nel 2014.

Anche Isidro Meza Flores faceva parte del Cartello dei Beltrán-Leyva, dove godeva di fama di killer infallibile. Da circa cinque anni viene indicato come uno dei principali avversari del Cartello di Sinaloa, col quale è entrato in un lotta per il controllo dello stato di Sinaloa, roccaforte dell’organizzazione storicamente retta dal triumvirato Guzmán-Zambada-Esparragoza. Con Guzmán in carcere ed Esparragoza Moreno formalmente morto d’infarto (ma non ci sono certezze), El Mayo Zambada sembrerebbe l’ultimo e unico leader del Cartello di Sinaloa, per quanto circolino voci di una guerra generazionale interna all’organizzazione.

Il pueblo di La Tuna e tutto il municipio di Badiraguato rientrano nel cosiddetto Triangulo Dorado, un’area montagnosa compresa tra gli stati di Sinaloa, Chihuahua e Sonora famosa per la coltivazione di papavero da oppio e per gli importanti giacimenti di oro e argento, nonché per essere un po’ il feudo di Joaquín Guzmán, che qui è conosciuto non come El Chapo ma semplicemente come El Señor, “Il signore”. La Tuna era comunque già stata occupata militarmente dalla Marina messicana lo scorso dicembre, quando ancora vigevano le operazioni di ricerca per la cattura del latitante boss, evaso (per la seconda volta) l’11 luglio 2015 da un carcere di massima sicurezza. I federali vennero scacciati il 25 dicembre, dopo una intensa sparatoria con dei membri della criminalità organizzata.

È forse troppo presto per inquadrare correttamente l’assalto dell’11 giugno a La Tuna. Prima di tutto, bisognerebbe accertarsi sulla reale identità dei mandanti: Isidro Meza Flores non è infatti l’unico che aspira a sostituirsi al Chapo; il Cartello di Sinaloa è in guerra anche con quello Nuova Generazione di Jalisco (senza dubbio l’organizzazione criminale messicana in più rapida ascesa) quantomeno per il controllo della città di Tijuana, fondamentale e strategico corridoio per il contrabbando di droghe negli Stati Uniti d’America, data la sua vicinanza alla frontiera. A caldo, i fatti di La Tuna sembrerebbero la spia di un più deciso mutamento degli equilibri di potere nello stato di Sinaloa e forse l’inizio di un conflitto che – per quanto già esistente – potrebbe ora farsi ancora più sanguinoso.

Aggiornamento 28/06/2016: «Prima di tutto», avevo scritto, «bisognerebbe accertarsi sulla reale identità dei mandanti» dell’assalto a La Tuna. E infatti le cose si sono presto rivelate più complesse e più serie. Dettagli qui.


Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

Questo articolo è apparso anche su Pangea News.

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