C’è Caro Quintero dietro l’assalto al villaggio natale di “El Chapo”?

Nelle scorse settimane la nota giornalista ed esperta di criminalità organizzata Anabel Hernández ha pubblicato sul settimanale messicano Proceso alcune riflessioni sui recenti fatti di La Tuna. Ricapitolandoli in breve, l’11 giugno un numeroso contingente armato ha fatto irruzione nel paesino natale di Joaquín Guzmán, uccidendo alcune persone e saccheggiando la casa dell’ottantenne madre del narcotrafficante.

A seguito di investigazioni condotte sul luogo, Hernández ha motivo di credere che dietro all’assalto del villaggio non ci sia – come riportavano le prime analisi – Isidro Meza Flores (ovvero El Chapo Isidro), ma addirittura Rafael Caro Quintero, El Príncipe.

Assieme al Padrino Miguel Ángel Félix Gallardo, Rafael Caro Quintero fondò nel 1980 il Cartello di Guadalajara, uno dei primi, veri cartelli messicani nonché l’organizzazione criminale più potente del Messico fino al 1989, anno dell’arresto di Félix Gallardo. Joaquín Guzmán mosse i primi passi nel mondo del narcotraffico proprio all’interno del Cartello di Guadalajara, diventandone presto uno dei principali collaboratori. Da quello di Guadalajara nacquero, nel 1989, i cartelli di Tijuana, di Juárez e di Sinaloa: dopo anni di lotte, Sinaloa riuscì ad imporsi sugli altri due.

Arrestato nel 1985 e condannato a quarant’anni di prigione, grazie a presunte irregolarità giudiziarie Caro Quintero ne scontò solamente ventotto, e nel 2013 venne dunque rilasciato. Hernández ritiene che, in questi ultimi tre anni circa di libertà, El Príncipe abbia recuperato una buona parte del suo passato potere, stringendo alleanze con diverse organizzazioni criminali e in particolare con gli Zetas, il Cartello Nuova Generazione di Jalisco (CJNG) e il Cartello dei Beltrán-Leyva, quest’ultimo – si ricorda – nato nel 2008 da quello di Sinaloa e da allora suo rivale. Vale il detto, sembrerebbe, «il nemico del mio nemico è mio amico», specialmente se si considera che CJNG e Los Zetas sono contemporaneamente in guerra tra di loro e, separatamente, con Sinaloa.

Se le cose stessero davvero così, l’attacco a La Tuna, paese d’origine del Chapo, acquisterebbe maggiore concretezza e gravità. La responsabilità non andrebbe infatti ricondotta ad un cartello – quello dei Beltrán-Leyva – tutto sommato di secondo piano, ma ad un grandissimo nome del narcotraffico: Rafael Caro Quintero appunto, che rientrato nel “giro” reclamerebbe ora prepotentemente il controllo del suo antico e strategicamente importante territorio (il Triangulo Dorado, tra gli stati di Sinaloa, Chihuahua e Sonora) per garantirsi la libera circolazione delle proprie narcosostanze senza pagare il “dazio” al Cartello di Sinaloa.

Un altro nome conferma ulteriormente le parole di Anabel Hernández. Sembrerebbe ormai appurato che l’autore materiale dell’assalto a La Tuna non sia stato Isidro Meza Flores, ma El Mochomito, ovvero Alfredo Beltrán Guzmán, figlio maggiore di Alfredo Beltrán Leyva. E nipote di El Chapo.

Aggiornamento 18/07/2016: Il 5 luglio un alto funzionario del Chihuahua ha dichiarato di essere a conoscenza dei piani di Rafael Caro Quintero, che avrebbe intenzione di scontrarsi con il Cartello di Sinaloa per il controllo di questo grosso stato nel Messico settentrionale, direttamente confinante con gli Stati Uniti d’America. Molto di più non è stato detto, né sono state specificate le modalità con cui la Procura generale di Chihuahua è riuscita ad entrare in possesso di queste informazioni, se non che sono state consultate delle «fonti militari» e che nella loro raccolta ha partecipato un ex-agente della DEA, l’agenzia antidroga statunitense.

Una decina di giorni dopo, però, la Segreteria della difesa nazionale (SEDENA) – un organismo di livello federale – ha smentito le dichiarazioni del funzionario statale, sostenendo di non aver rilevato alcun segnale che possa far pensare ad una effettiva presenza di Caro Quintero a Ciudad Juárez e nel Chihuahua.

Dalla sua colonna sul quotidiano El Universal, il noto esperto di sicurezza Alejandro Hope ha espresso il suo scetticismo riguardo il presunto scontro tra Caro Quintero e il Cartello di Sinaloa. Caro Quintero – scrive – ha più di sessant’anni, non gode nemmeno di ottima salute e dal 2013, anno della sua discutibile liberazione, è nel mirino della DEA. Perché mai dovrebbe lanciarsi in una guerra con Sinaloa e aumentare così le probabilità di venire ricatturato e magari estradato negli Stati Uniti? Cosa avrebbe, in fondo, da guadagnare? Sono domande semplici ma buone, che certo non escludono la possibilità di un effettivo conflitto tra l’ex-narco de narcos e il Cartello di Sinaloa, ma che ci spingono quantomeno a ragionare sulla questione e ci ricordano di accogliere con più senso critico le dichiarazioni mai davvero esaustive della politica messicana.


Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

Questo articolo è apparso anche su Pangea News.

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