Peña Nieto in Canada e il summit dei “Three Amigos”

Il 29 giugno si è tenuto a Ottawa, in Canada, il nono Summit dei leader del Nord America (NALS in inglese, ma informalmente noto come Three Amigos Summit), dove il primo ministro canadese Justin Trudeau ha incontrato il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama e quello del Messico Enrique Peña Nieto.

Tema centrale del vertice trilaterale di quest’anno è stata la definizione di una politica energetica comune capace di essere – secondo le parole di Trudeau – contemporaneamente «competitiva», «sostenibile» e a «bassa emissione di carbonio». I rappresentanti dei tre stati hanno pertanto annunciato di volersi impegnare per portare, entro il 2025, la percentuale di elettricità prodotta tramite energie rinnovabili dal 37% (la quota precedentemente fissata) al 50%. In questo campo, in realtà, lo squilibrio esistente tra i tre paesi è notevole: se le fonti alternative generano il 33% circa dell’elettricità prodotta negli Stati Uniti e addirittura l’81% di quella prodotta in Canada, in Messico la quantità di energia ricavata dalle rinnovabili raggiunge appena il 18%. Peña Nieto, comunque, ha dichiarato di voler ridurre nel prossimo decennio anche le emissioni di metano del 40-45%, sulla scia di quanto già promesso qualche mese fa da Canada e Stati Uniti.

Più che dagli annunciati sforzi di contrasto al cambiamento climatico (tema molto sentito da Barack Obama e – a parole senz’altro – anche da Peña Nieto), il NALS appena concluso è stato dominato in realtà dallo spettro dell’isolazionismo, che in America porta il nome di Donald Trump e in Europa quello di Brexit.

Dei tre, il leader più preoccupato dalle potenziali conseguenze di un’effettiva uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è stato ovviamente Obama, la cui politica economica estera sembra puntare tutto sulla creazione di vaste aree commerciali di libero scambio (lo dimostrano il TPP nel Pacifico e appunto il TTIP con la UE): il presidente americano ha pertanto invitato alla calma i dirigenti europei, che invece in maggioranza premono per accelerare le procedure per il leave. Peña Nieto ha invece sostanzialmente ripetuto quanto detto sull’argomento, nell’immediato, dal segretario delle Finanze Luis Videgaray: la Brexit genera sì incertezza nei mercati, ma il suo impatto sul Messico sarà tutto sommato «moderato», dato il peso marginale dell’interscambio commerciale tra i due paesi.

Seppur mai nominato esplicitamente, Donald Trump è stato un po’ il vero protagonista del summit del 29 giugno. Le posizioni del candidato repubblicano sul Messico e i messicani sono ben note, ossatura e carne della sua propaganda elettorale. Al NALS si è molto discusso della sua ultima dichiarazione, nella quale prometteva agli americani, in caso di vittoria alle elezioni di novembre, una totale rinegoziazione (ovviamente, a esclusivo vantaggio degli Stati Uniti) del NAFTA, l’accordo nordamericano per il libero scambio tra Canada, Stati Uniti e Messico entrato in vigore il 1 gennaio 1994 che prevede la libera circolazione delle merci e dei capitali – ma non delle persone – tra i tre stati membri. Se si ricorda, qualche mese fa Trump aveva accusato il Messico di aver «ucciso» l’economia degli Stati Uniti a causa del basso costo della sua manodopera, che avrebbe spinto gli imprenditori americani a dislocarvi i propri stabilimenti, lasciando quindi disoccupati gli operai statunitensi. Più che vantaggi concreti, per il Messico il NAFTA ha portato alla deregolamentazione del mercato del lavoro, che ha lasciato senza tutele le fasce sociali più deboli.

Peña Nieto ha avuto modo, rispondendo ad una domanda, di ribadire il paragone che aveva istituito lo scorso marzo tra Donald Trump e i dittatori nazifascisti, per poi rapidamente virare nell’ennesima invettiva contro il populismo e i suoi mali. Come aveva già fatto il 28 settembre scorso intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e, qualche settimana prima, nel suo discorso sullo stato della nazione – ma si tratta praticamente di una costante delle sue orazioni –, Enrique Peña Nieto ha definito i populisti degli «attori politici» che «assumono posizioni demagogiche» e «vendono risposte troppo facili» ai problemi del mondo e delle singole nazioni, livellando ogni complessità. Frasi magari condivisibili, ma che vanno interpretate alla luce del loro reale significato: il destinatario di questi messaggi non è infatti tanto Donald Trump, quanto Andrés Manuel López Obrador (solitamente contratto in AMLO), presidente del partito di centro-sinistra MORENA uscito rafforzato dalle elezioni del 5 giugno, feroce critico del peñanietismo e uno dei nomi favoriti alle prossime presidenziali, dopo aver mancato di pochi voti la vittoria nel 2012. Lo stesso López Obrador, in risposta alle “accuse” di populismo che gli venivano mosse, aveva rivendicato con orgoglio l’etichetta che gli era stata affibbiata. In risposta a Peña Nieto, Barack Obama ha voluto esprimere la sua personale e positiva visione del termine populista, addirittura indicando sé stesso e Bernie Sanders come tali perché attenti alle esigenze dei poveri e dei lavoratori (nell’ottica di Obama, Trump non è un populista, ma soltanto uno xenofobo). Per la gioia di AMLO, che infatti non ha tardato a postare sui suoi profili Facebook e Twitter lo scontro d’opinioni tra i due presidenti.

Peña Nieto è atterrato in Canada lunedì 27, due giorni prima del Summit dei leader del Nord America, per incontrare il primo ministro Justin Trudeau e altre figure di primo piano delle istituzioni canadesi. Messico e Canada stanno vivendo una fase di sensibile avvicinamento diplomatico: dal 1 dicembre il Canada eliminerà infatti l’obbligo, per i messicani, di possedere un visto per entrare nel paese; la misura era stata imposta nel 2009 dall’allora primo ministro Stephen Harper per far fronte alle numerose richieste d’asilo politico giunte alle autorità canadesi proprio da parte dei cittadini messicani.

Peña Nieto e Trudeau hanno inaugurato la giornata di martedì 28 con una breve corsetta lungo l’Alexandra Bridge di Ottawa (ovviamente ripresissima e postata ovunque). Nel corso di una conferenza stampa nel pomeriggio, Peña Nieto ha annunciato che il suo governo «non cadrà nelle provocazioni» della CNTE, il sindacato degli insegnanti che da mesi protesta tenacemente contro l’attuazione della Riforma educativa e che il 19 giugno è stato vittima di una violenta aggressione poliziesca a Nochixtlán, Oaxaca, che si è conclusa con almeno otto morti. Il giorno prima, sempre Peña Nieto aveva dichiarato che la normativa in questione «non è oggetto di negoziazione».

Dal canto suo, Justin Trudeau – senz’altro memore del suo passato da insegnante – si è detto preoccupato per quanto avvenuto, e ha al contrario espresso la necessità di un dialogo tra le due parti. Il segretario degli Interni Osorio Chong ha, in realtà, acconsentito a riunirsi con i rappresentanti della CNTE, ma l’incontro – come largamente era previsto – si è concluso con un nulla di fatto: nessuna delle richieste degli insegnanti (prima tra tutte, l’abolizione dei test di valutazione) è stata accolta. E così sono riprese le manifestazioni.


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