Cosa sappiamo, un anno dopo, della morte del giornalista Rubén Espinosa

Nella notte del 31 luglio di un anno fa, in un appartamento a Città del Messico vennero rinvenuti i corpi senza vita di cinque persone, quattro donne e un uomo. I loro nomi erano Alejandra Negrete, quarant’anni, domestica e madre; Yesenia Quiroz, diciott’anni, studentessa; Mile Virginia Martín, ventinove anni, aspirante modella; Nadia Vera, trentadue anni, antropologa e attivista; Rubén Espinosa, trentuno anni, fotoreporter.

Gli omicidi di massa sono tutt’altro che una rarità in Messico. Per un osservatore straniero la loro notiziabilità è quindi scarsa, e proprio per questo il più delle volte restano confinati alla cronaca nazionale. Ma con la strage di Narvarte – dal nome del quartiere di Città del Messico in cui si trovava l’appartamento – questo non avvenne: anzi, il fatto attirò immediatamente l’attenzione globale, e giornalisti di tutto il mondo ne scrissero anche per diverse settimane.

Il perché di così tanto interesse non sta nel numero delle vittime. Il 9 luglio scorso a Ciudad Victoria, nello stato messicano di Tamaulipas, alcuni sicari uccisero ben undici persone (tra cui due ragazze minorenni), tutte appartenenti alla stessa famiglia, eppure sui media internazionali l’episodio venne appena accennato, come in un lancio di agenzia.

Il perché non sta neanche – o meglio, non solo – nella professione di una delle vittime. Rubén Espinosa era un giornalista, ma nemmeno questa è una condizione necessaria per rendere una storia “notiziabile” al di fuori del Messico. Il 19 giugno nella città di Juchitán, stato di Oaxaca, Elidio Ramos Zárate venne assassinato con un colpo di pistola alla testa: era un giornalista anche lui, ma la sua morte fu materia di poche righe soltanto.

Quello della violenza sui giornalisti è senz’altro uno dei “grandi temi” del Messico, uno di quelli attraverso cui il paese viene più spesso raccontato. Il Messico è del resto la prima nazione al mondo per numero di giornalisti dispersi (ventitré dal 2003), e negli ultimi sedici anni il numero di quelli assassinati ha superato il centinaio. Soltanto in questi primi sette mesi del 2016 ne sono stati uccisi nove; l’ultimo, Pedro Tamayo, il 21 luglio. Per i reporter messicani il 2015 è stato l’anno peggiore dal 2009, con almeno otto omicidi e 397 casi di aggressione registrati.

Ma allora perché la morte di Rubén Espinosa ha avuto così tanta eco e quelle dei suoi colleghi no? Perché praticamente quasi tutti i giornalisti che sono stati recentemente assassinati in Messico lavoravano per quotidiani o per emittenti televisive locali, spesso indipendenti, e non per media dal respiro nazionale. Erano perlopiù cronisti di nera, conosciuti soltanto nella singola città, nel municipio o al massimo nello stato in cui risiedevano e di cui scrivevano. Mentre Espinosa no. Espinosa collaborava con il famoso settimanale Proceso e con l’altrettanto nota agenzia fotografica Cuartoscuro, era autore di scatti diventati iconici, e appena tre settimane prima della sua morte aveva pubblicamente denunciato le minacce ricevute dalle forze dell’ordine dello stato di Veracruz, nel quale lavorava e dal quale, per precauzione, aveva preferito allontanarsi, stabilendosi nella tradizionalmente più sicura Città del Messico.

Ma la notorietà di Espinosa non è stato l’unico fattore che ha permesso alla strage di Narvarte di ottenere una risonanza pressoché mondiale, rendendola un episodio probabilmente paradigmatico e rivelatore dell’effettiva realtà del Messico, al di là dell’ingannevole e spesso deformante filtro “terra dei narcos” con cui le vicende di paese vengono solitamente lette e interpretate. In quell’appartamento di Città del Messico furono infatti uccisi – contemporaneamente – due dei più ostinati critici di Javier Duarte, il governatore dello stato di Veracruz in carica dal 2010: Espinosa appunto, e Nadia Vera.

Molte volte Espinosa e Vera si erano espressi contro Javier Duarte, criticandolo per l’inefficienza delle sue azioni di contrasto alla violenza che in Veracruz dilaga sempre più (735 morti assassinati solo nei primi sei mesi del 2016; più di 4.000 dal 2010 al 2015) e accusandolo di attentare alla libertà d’informazione, di controllare i giornali e le stazioni radio e di costringere al silenzio i giornalisti e in generale tutti gli oppositori. Proprio come Espinosa, anche Nadia Vera temeva per la sua incolumità a causa delle ripetute intimidazioni ricevute nel Veracruz: non soltanto le aveva rese note, ma credeva che Duarte ne fosse il mandante e arrivò pertanto a ritenerlo «pienamente responsabile» di tutto quello che le sarebbe potuto accadere in futuro.

Nonostante il fervente attivismo di Vera ed Espinosa, le autorità rimossero immediatamente qualsiasi implicazione politica dalle indagini sul caso, e la strage di Narvarte venne grottescamente ridotta ad un episodio di microcriminalità come tanti altri: un furto, poi degenerato in quintuplice omicidio. È importante sottolineare quel «grottescamente», perché praticamente ogni particolare del crimine farebbe pensare a qualcosa di diverso e più “serio”, al di là del profilo ideologico dei due: dall’appartamento non è stato sottratto alcun oggetto di valore, mentre tutte le vittime sono state torturate, alcune donne anche violentate, prima di essere uccise. La modalità dell’uccisione, poi – un tiro de gracia, ovvero uno sparo alla testa –, è generalmente indice di un’esecuzione, più che di un omicidio “casuale”.

Ad un anno di distanza dai fatti, le autorità messicane non hanno ancora presentato un movente plausibile. Al contrario, il “caso Narvarte” è stato l’ennesimo concentrato di menzogne, omissioni e depistaggi: lo stesso comandante della polizia posto a capo delle indagini avrebbe alterato la scena del crimine, la ricostruzione ufficiale della vicenda è inconsistente e approssimativa, e le confessioni che la sostengono pare siano state estorte con la tortura.

Dei cinque omicidi sono stati accusati tre uomini, che – secondo la Procura generale di giustizia di Città del Messico – si sarebbero introdotti nell’appartamento nel primo pomeriggio del 31 luglio, trattenendosi per circa un’ora. Il “caso Narvarte” è stato presto presentato come una storia di violenza legata al narcotraffico: per la sua nazionalità colombiana, Mile Virginia (una delle donne assassinate) è stata immediatamente stigmatizzata e accusata – senza alcuna prova – di contrabbando internazionale e di spaccio di stupefacenti nella capitale messicana. All’origine della strage ci sarebbe quindi un regolamento di conti tra i tre uomini e Mile (che pare almeno uno di loro conoscesse bene) o l’intenzione di rubare un pacchetto di droga che sarebbe stato nascosto in casa e che non è mai stato ritrovato, così come l’arma del delitto.

Le dichiarazioni dei tre arrestati sono contraddittorie, non esistono prove schiaccianti nei loro confronti, la loro presenza sul luogo del delitto è incerta e tutti e tre hanno detto di essere stati torturati dalla polizia (pratica diffusissima in Messico, ma minimizzata e quasi mai punita) e hanno più volte ritrattato le loro confessioni, negando di essere mai stati nell’appartamento.

Qualsiasi altra pista investigativa è stata nel frattempo esclusa. In un primo momento, sembrava che anche Javier Duarte sarebbe stato coinvolto nelle indagini, salvo venirne rapidamente esonerato a seguito di un breve e generico interrogatorio. Il governatore del Veracruz si è poi lamentato del «linciaggio mediatico» contro la sua persona: una buona parte della società civile messicana lo ritiene infatti il responsabile quantomeno morale della morte di Nadia Vera e di Rubén Espinosa – «Sei stato tu, Duarte» è uno degli slogan più gridati nelle manifestazioni –, oltre che di tutti gli altri giornalisti morti di morte violenta durante il suo sessennio alla guida dello stato. Dal 2010 ad oggi, in Veracruz ne sono stati uccisi almeno diciannove.


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