La nuova accusa di conflitto di interessi alla first lady messicana

Angélica Rivera, la moglie del presidente messicano Enrique Peña Nieto, sarebbe solita soggiornare in un lussuosissimo appartamento a sud di Miami Beach, in Florida, di proprietà di una impresa con forti interessi economici in Messico: a rivelarlo è il quotidiano britannico The Guardian tramite un’inchiesta pubblicata online ieri.

Gruppo Pierdant – questo il nome della società – sarebbe, nello specifico, interessata ad aggiudicarsi alcuni appalti per la gestione di diversi porti in Messico. Oltre alla suddetta residenza a Key Biscayne (dal valore di 2,05 milioni di dollari), Gruppo Pierdant avrebbe pagato anche le tasse di proprietà di un secondo appartamento, sempre nel comune di Key Biscayne ma dal valore stavolta di 3,5 milioni di dollari, acquistato nel 2005 da una holding fondata dalla primera dama messicana.

Nel novembre 2014 Rivera è stata coinvolta in uno scandalo simile, quando un team di giornalisti coordinati da Carmen Aristegui scoprì che l’esclusiva residenza privata della donna (ribattezzata «casa blanca» e dal valore di quasi 7 milioni di dollari) risultava intestata al Gruppo Higa, una impresa edile collegata ad Armando Hinojosa, imprenditore che vinse numerosi appalti nello Stato del Messico quando Peña Nieto ne era governatore (2005-2011) e che proprio nel periodo dello scoop si era aggiudicato un multimiliardario appalto per la costruzione di un treno ad alta velocità, poi revocato.

Lo scandalo della “casa bianca” e il conflitto di interessi che ne sarebbe potuto derivare – ma che, per la giustizia messicana, non esiste – sottopose le finanze di Angélica Rivera e di suo marito ad una indagine, e di fatto la costrinse a fare pubblica chiarezza sulle sue proprietà. Nel novembre 2014 la ex-star della televisione rivendicò pertanto il possesso di un appartamento (quello da 3,5 milioni) a Key Biscayne, in Florida, ma non fece menzione del Gruppo Pierdant. Secondo il Guardian, l’appartamento dichiarato a novembre da Rivera e quello oggetto dell’inchiesta pubblicata ieri (ovvero quello da 2,05 milioni) sarebbero gestiti come fossero uno solo, ad uso della first lady; entrambi, inoltre, sono compresi nello stesso, fastoso residence. Il portavoce della presidenza messicana ha però bollato come falso l’intero articolo.

Il Guardian parla, riferendosi al contenuto della sua inchiesta, di un «apparente conflitto di interessi» tra il Gruppo Pierdant e Angélica Rivera e Peña Nieto che richiamerebbe direttamente lo scandalo della “casa bianca” di due anni fa. Riguardo quella storia, il presidente del Messico ha recentemente chiesto ai suoi concittadini di perdonarlo per «l’irritazione» che ha causato loro – o meglio, che il racconto giornalistico della vicenda ha causato loro –, pur continuando ad affermare di non aver mai violato la legge.

Al di là della richiesta di «perdono» di Enrique Peña Nieto – che alcuni editorialisti hanno efficacemente ricondotto ad una precisa strategia di comunicazione politica, per tentare cioè di recuperare consensi tra una popolazione che in larghissima parte dice di non gradire affatto il suo operato –, Carmen Aristegui (la giornalista sul cui sito è stata pubblicata l’inchiesta in questione) non soltanto è stata licenziata dall’emittente radiofonica per la quale lavorava – dietro, pare, dirette pressioni di Peña Nieto, ovviamente negate dal governo –, ma si trova ora anche sotto processo a seguito della pubblicazione di un libro che raccoglie l’intera investigazione sulla “casa bianca” e che l’accusa ritiene almeno parzialmente diffamatorio nei confronti del presidente.

In un video diffuso online, Aristegui afferma che «in qualche altro paese con un vero stato di diritto», un presidente coinvolto in una simile vicenda «probabilmente […] sarebbe stato obbligato a dimettersi. In Messico no. In Messico il presidente rimane in carica, e noi giornalisti che abbiamo partecipato all’investigazione della “casa bianca” e che abbiamo alimentato il dibattito sulle sue gravi ripercussioni siamo stati buttati via dalla radio messicana».

Lo scorso giugno Peña Nieto ha posto il suo veto – il primo e finora l’unico da quando ha assunto la carica di presidente – su un pacchetto di norme anticorruzione, chiedendo specificatamente al Congresso generale di modificare un provvedimento che avrebbe imposto alle imprese o ai singoli che ricevono fondi governativi di rendere pubblico il proprio patrimonio.

Aggiornamento 21/08/2016: Il presidente Peña Nieto ha sì ammesso che Ricardo Pierdant, il titolare del Gruppo Pierdant, ha pagato le tasse di proprietà – ma una volta soltanto in undici anni – dell’appartamento a Miami Beach che Angélica Rivera ha acquistato nel 2005, ma ha negato che sua moglie possegga una seconda casa in Florida come invece sostenuto dal Guardian, e ha pertanto definito l’articolo «una calunnia». Ha ovviamente respinto l’ipotesi di un conflitto di interessi, ma ha riconosciuto che in Messico c’è una diffusa «percezione» della corruzione.

Ricardo Pierdant ha negato di aver mai pagato tasse di proprietà per appartamenti a Miami Beach che non siano il suo, ma ha dichiarato che sarebbe solito prestare la sua residenza di Key Biscayne (quella cioè su cui il Guardian ha costruito la sua inchiesta) ad Angélica Rivera, essendo amico di Peña Nieto fin dagli anni dell’università.

L’unico contratto che legherebbe il Gruppo Pierdant al governo messicano risale al 2014, ammonta ad oltre un milione di pesos e risulta stipulato però con Aurora Pierdant, sorella di Ricardo Pierdant, per un corso di formazione professionale in materia di diritto petrolifero.

José Luis Montenegro, il giornalista del Guardian co-autore dell’inchiesta, ha ricevuto diverse minacce di morte su Twitter dopo che il suo articolo è stato pubblicato.

Aggiornamento 17/09/2016: Il Guardian ha rimosso ieri l’articolo in questione, sostenendo di aver commesso un errore perché, sebbene nel 2014 Ricardo Pierdant abbia sì pagato le tasse di proprietà dell’appartamento di Angélica Rivera, la sua impresa non avrebbe mai stipulato direttamente contratti con il governo messicano. «Alla luce di questo», conclude il Guardian, «riconosciamo che la premessa di fondo dei nostri articoli [cioè l’accusa di conflitto di interessi alla first lady messicana, ndr] era errata».


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