Quello che non è stato detto in Italia sul sequestro del figlio (o dei figli) di “El Chapo”

Nelle prime ore di lunedì 15 agosto un gruppetto di uomini armati ha fatto irruzione in un famoso ristorante a Puerto Vallarta, città costiera nello stato messicano di Jalisco, e ha rapito sei persone. Tra queste c’era anche Jesús Alfredo Guzmán, il ventinovenne figlio del narcotrafficante Joaquín El Chapo Guzmán. Alcune immagini che fissano il momento, ripreso dalle telecamere di sorveglianza, del sequestro di Alfredillo (questo il soprannome del ragazzo) sono state poi diffuse online dal portale di informazione sul narcotraffico Blog del Narco.

Jesús Alfredo Guzmán è l’ultimo dei quattro figli che El Chapo ha avuto con la sua prima moglie. È sospettato dall’intelligence statunitense di affiancare il padre nel contrabbando di stupefacenti in America, ma in Messico non è accusato di alcun crimine. In sostanza, almeno per quanto riguarda la gerarchia interna al Cartello di Sinaloa, quel che c’è di interessante in Jesús Alfredo è il suo legame di parentela con El Chapo (ovviamente) e con Iván Archivaldo Guzmán, il fratello maggiore – conosciuto con l’inequivocabile soprannome di El Chapito –, che al contrario sembra rivestire attualmente un ruolo di primo piano nel Cartello di Sinaloa e che ha avuto i suoi trascorsi con la giustizia messicana: nel 2005 è stato arrestato, accusato di criminalità organizzata e omicidio, poi nel 2008 sollevato da ogni imputazione e liberato.

Alcune fonti citate dal settimanale messicano Proceso, generalmente molto affidabile, assicurano che nel ristorante era presente anche Iván Archivaldo, che proprio il 15 agosto ha compiuto trentasei anni e che sarebbe riuscito ad evitare il rapimento abbandonando la festa qualche minuto prima che avvenisse l’irruzione.

È davvero possibile che fosse lui il principale obiettivo del blitz. Secondo altre fonti, Iván Archivaldo è effettivamente stato sequestrato. Se così fosse – la prudenza è d’obbligo quando si parla di Messico – le cose si farebbero ben più gravi, perché, tra tutti i suoi figli, è Iván quello che è succeduto a Joaquín Guzmán come guida (parziale o incondizionata, questo è da vedere) del Cartello di Sinaloa.

Il rapimento di almeno uno dei suoi figli non è l’unico affronto mosso recentemente alla un tempo inattaccabile persona del Chapo, arrestato l’8 gennaio e da più di tre mesi detenuto nel carcere di Ciudad Juárez in attesa dell’estradizione negli Stati Uniti d’America. A giugno, infatti, un centinaio di uomini armati ha mosso un vero e proprio assalto al suo paese natale (La Tuna, nel Sinaloa), rubando perfino in casa della tanto amata madre.

Alcuni familiari di Guzmán – la cui opinione è stata riportata dall’articolo di Proceso menzionato sopra – credono che l’attacco di Puerto Vallarta del 15 agosto abbia una qualche relazione con quello di La Tuna. La responsabilità di quest’ultimo è stata ricondotta, non senza qualche incertezza, ad Alfredo Beltrán Guzmán, nipote del Chapo e figlio di Alfredo Beltrán Leyva, uno dei fondatori del Cartello dei Beltrán-Leyva, ritenuto semi-dissolto ma che invece potrebbe essersi rimesso in forze per sottrarre territorio al Cartello di Sinaloa approfittando dell’assenza del suo storico leader.

Il procuratore generale dello stato di Jalisco ritiene però che i fatti di La Leche (dal nome del ristorante) siano opera del Cartello Nuova Generazione di Jalisco (CJNG) – in grande espansione e in questo momento una delle organizzazioni criminali più potenti in Messico –, che con quello di Sinaloa già compete per il possesso della città di Tijuana (sul confine con gli USA, fondamentale corridoio per il narcotraffico oltre la frontiera) e dello stato di Colima (strategicamente importantissimo perché ospita il grande porto di Manzanillo, punto d’arrivo dei precursori per le droghe sintetiche e punto di partenza di carichi diretti in tutto il mondo).

Nonostante il Jalisco sia un po’ la roccaforte del CJNG, Puerto Vallarta è considerata una piazza di spaccio del Cartello di Sinaloa. Qualunque siano le motivazioni del CJNG – ammesso e non concesso che sia l’autore del sequestro di Jesús Alfredo e forse anche di Iván Archivaldo –, un episodio del genere porterebbe la guerra già esistente tra i due cartelli su dimensioni ben maggiori di quelle attuali, peraltro in un contesto nazionale decisamente preoccupante: con 10.301 casi registrati di omicidio doloso solo nella prima metà del 2016, il Messico è tornato ai numeri del 2012, quelli della “narcoguerra” di Felipe Calderón. I motivi di questa esplosione di violenza sono, essenzialmente e in breve, tre: la frammentazione dei grandi gruppi criminali di un tempo, che ha generato conflitti tra le gang nate dalla loro dissoluzione; la crescita del CJNG, che lo spinge ad imporre la sua supremazia sulle altre organizzazioni; la mancanza di un adeguato e coerente piano di gestione dell’ordine pubblico e la continua militarizzazione dei territori.

Oltre al CJNG, l’altro candidato più gettonato alla palma di “responsabile dei fatti di La Leche” è il Cartello dei Beltrán-Leyva. Ma non va esclusa un’altra possibilità, che è forse la più interessante e che teorizza uno scontro interno nel Cartello di Sinaloa tra la corrente di Joaquín e Iván Archivaldo Guzmán (alias Chapo e Chapito) e quella di El Mayo Zambada, l’altro storico leader – nonché cofondatore – del cartello, che in carcere non ha passato neanche mai un giorno.

Aggiornamento 23/08/2016: Come anticipato dal settimanale messicano Ríodoce e successivamente confermato da fonti della DEA statunitense e dagli stessi familiari, i due figli (e non uno solo, come sembrava) di El Chapo Guzmán rapiti a Puerto Vallarta il 15 agosto – Jesús Alfredo e Iván Archivaldo – sarebbero stati liberati assieme alle altre quattro persone sequestrate. Per il momento, tuttavia, le autorità messicane non hanno rilasciato dichiarazioni in merito.

Secondo Ríodoce, dietro al rapimento ci sarebbe il Cartello Nuova Generazione di Jalisco (già il principale sospettato), mentre la liberazione dei due giovani sarebbe stata possibile grazie alla mediazione di El Mayo Zambada, che avrebbe negoziato direttamente con i leader del CJNG. Dettagli più specifici non sono stati forniti dal settimanale, ed è veramente possibile che si tratti di pura speculazione.

Aggiornamento 27/08/2016: Venerdì 26 agosto, a undici giorni di distanza dal rapimento di due figli di El Chapo, è stato assassinato Édgar Juvanny Parra Zambada, nipote del narcotrafficante El Mayo.

El Mayo era stato indicato come il risolutore della – soltanto presunta, in mancanza di dettagli o di conferme ufficiali – crisi tra il Cartello di Sinaloa e quello Nuova Generazione di Jalisco, iniziata il 15 agosto scorso quando il CJNG ha sequestrato due figli di Joaquín Guzmán da un ristorante a Puerto Vallarta.

El Mayo, nello specifico, avrebbe svolto il ruolo di mediatore tra le due parti, ma non è chiaro quali siano stati – se ci sono stati – i termini dell’accordo che avrebbe portato al rilascio dei due giovani: forse una spartizione del territorio tra le due organizzazioni, con Sinaloa però in posizione subalterna? Oppure di concessioni non ci sono state, ed El Mayo ha trattato da una posizione di forza minacciando rappresaglie contro il CJNG? Resta infine da chiedersi se l’omicidio di suo nipote abbia qualcosa a che vedere con il rapimento dei figli del Chapo, o se la contestualizzazione sia errata.


Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

Questo articolo è apparso anche su Pangea News.

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