In cosa consiste la Riforma educativa e perché è materia di scontro in Messico

Lunedì 22 agosto in Messico è ricominciato l’anno scolastico, e quasi 26 milioni di giovani studenti (quelli del primo ciclo “di base”, dai tre ai quattordici anni) hanno fatto il loro ingresso in classe. Molti però senza trovare i propri insegnanti ad attenderli: centinaia di migliaia di maestri “dissidenti” del Coordinamento nazionale dei lavoratori dell’educazione (CNTE) – che per semplificare chiameremo sindacato, sebbene in senso stretto non lo sia – hanno infatti deciso di scioperare per protestare contro la Riforma educativa, un insieme di normative promosse dal presidente Enrique Peña Nieto e approvate nel 2013 che puntano – in teoria – a ristrutturare il settore scolastico messicano.

La portata delle proteste della CNTE, che prosegue instancabile dal 2013 nonostante le repressioni anche brutali (come quella di Nochixtlán del 19 giugno scorso, otto morti) e in particolare negli stati meridionali della nazione (Michoacán, Guerrero, Oaxaca, Chiapas), è stata anche stavolta enorme: basterà dire che nel Chiapas e nel confinante Oaxaca neanche la metà delle scuole ha aperto per l’inizio dell’anno scolastico. La battaglia dei maestros gode generalmente del consenso della maggioranza degli abitanti del sud, meno abbienti di quelli delle regioni settentrionali e centrali, nonostante qualche eccesso “barricadero” della CNTE.

Il dibattito sulla Riforma educativa ha spaccato la popolazione messicana in sostenitori e contestatori della normativa, creando nel paese un clima di guerra ideologica – e talvolta anche fisica – tra le due parti: per la CNTE e i suoi simpatizzanti, quella educativa è una riforma neoliberale e antidemocratica; per gli ambienti filogovernativi e per i suoi detrattori, la CNTE è un manipolo di estremisti interessati solo a salvaguardare i propri privilegi.

Ma cosa c’è nella Riforma educativa di così divisivo?

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Essenzialmente, la Riforma educativa di Peña Nieto introduce un sistema di valutazione degli insegnanti, con l’obiettivo dichiarato di uniformare la qualità dell’istruzione in tutto il paese, e rafforza l’autonomia gestionale delle singole scuole. Senza una adeguata contestualizzazione del contenuto, però, non si capisce né il senso delle proteste della CNTE né le effettive problematicità della Riforma educativa, che più che una riforma dell’educazione è una riforma del lavoro.

In virtù del suo ruolo di tutore dei diritti degli insegnanti, l’opposizione della CNTE è rivolta innanzitutto verso i test di valutazione. E questo non perché – come invece racconta la stampa vicina al presidente e al suo partito – i maestri siano restii a sottoporsi alle verifiche perché consapevoli che la propria incompetenza professionale, se smascherata, gli costerà il posto. La paura del licenziamento c’è, ma è dovuta piuttosto all’astrattezza dei test valutativi, che non tengono conto della reale e complessa situazione educativa del Messico, specchio di una altrettanto complessa situazione economica, sociale, etnica e linguistica. La CNTE sa bene che i questionari di verifica sono stati pensati non per migliorare la qualità dell’istruzione, ma per incrementare il controllo federale sulle scuole e facilitare l’allontanamento dei maestri “antagonisti”.

Si accennava alla complessità della situazione educativa messicana. L’intera nazione partecipa infatti di due realtà culturali ed economiche profondamente diverse, con il nord assimilabile alla fascia meridionale degli Stati Uniti e il sud al Centroamerica. Una ricca metropoli del nord come Monterrey non è dunque paragonabile ad una cittadina di campagna del Chiapas. Ma quel che cambia non è solo la condizione economica e sociale degli abitanti, ma anche quella linguistica: il Chiapas, ad esempio, è uno stato a forte presenza indigena, e lo spagnolo è addirittura sconosciuto a buona parte di loro. Non è quindi possibile applicare arbitrariamente in ogni angolo del paese lo stesso programma scolastico, ma questo dovrà necessariamente modellarsi sullo specifico contesto di riferimento. Quello che fanno i test valutativi è, invece, livellare ogni differenza e sottoporre tutti gli insegnanti allo stesso metro di giudizio.

L’autonomia gestionale delle scuole, invece, delega ai genitori e al corpo docenti tutta una serie di servizi che dovrebbero essere assicurati dallo stato, come l’acquisto del materiale didattico di base, le piccole riparazioni e gli interventi di miglioramento infrastrutturale, aprendo di fatto ai finanziamenti privati nel settore scolastico, un po’ come accade negli Stati Uniti con le charter school. Secondo l’UNICEF, circa quattro milioni di bambini indigeni messicani frequentano scuole sprovviste perfino di bagni, banchi e sedie, educati da maestri che non parlano la loro lingua: ricorrere ai finanziamenti privati diventerebbe una necessità per le loro famiglie, impossibilitate a sostenere quelle spese che ora lo stato centrale scarica su di loro (il 73,2% dei quasi 12 milioni di indigeni messicani vive in condizioni di povertà). In questo senso, come denuncia da tempo la CNTE, la Riforma educativa è una riforma neoliberale e dagli intenti privatizzatori, come neoliberali sono state praticamente tutte le riforme promosse da Peña Nieto, a cominciare da quella del settore petrolifero.

La Riforma educativa assesta anche un altro colpo alle scuole normali, ovvero quegli istituti preposti alla formazione di maestri. Bisogna considerare che nel Messico meridionale e rurale le scuole normali hanno storicamente rappresentato un’opportunità di riscatto sia per i giovani – che grazie alle normali possono studiare e ambire ad una professione – che per le intere comunità contadine, poiché veicoli di alfabetizzazione (altrimenti assente o carente), di attivismo e di coscienza sociale. L’avversione del governo centrale messicano nei confronti delle normali è cosa nota e confermata anche dalla Riforma educativa, che estende l’abilitazione all’insegnamento ai laureati in qualunque materia: il danno sociale di questa misura, che toglie valore ad un diploma conseguito in una scuola normale, è potenzialmente altissimo.

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Tornando all’attualità, la lotta della CNTE – che ha dovuto superare tentativi di criminalizzazione, detenzioni arbitrarie dei suoi leader e repressioni armate – sembra aver apparentemente portato a qualche risultato. Il presidente e il suo governo, rigidamente decisi a mantenere la non-negoziabilità della riforma, hanno anzitutto acconsentito lo scorso luglio a riunirsi un paio di volte con i portavoce del Coordinamento, ma i negoziati non hanno avuto successo: la CNTE, del resto, chiedeva l’abrogazione totale della Riforma educativa.

Quando poi anche il sindacato “ufficiale” degli insegnanti – il Sindacato nazionale dei lavoratori dell’educazione (SNTE) –, solitamente appiattito su posizioni filogovernative, ha iniziato ad opporsi ai test di valutazione di maestri e professori, chiedendo alla Segreteria dell’Educazione un ripensamento generale del sistema e una maggiore attenzione ai diversi contesti, il segretario Aurelio Nuño ha dovuto cedere alle pressioni e accogliere le proposte di modifica. Il “nuovo” sistema di valutazione dei docenti, reso pubblico il 25 agosto, rimane obbligatorio, ma i maestri avranno ora la possibilità di scegliere quando presentare i test entro un arco temporale di quattro anni; se si rifiutano, non avranno accesso a degli incentivi economici.

Peña Nieto ha precisato che gli accordi stretti con la CNTE e il SNTE non sono altro che revisioni parziali che non snaturano o mettono in discussione la sostanza della Riforma educativa. A metà agosto, sempre Nuño ha annunciato un piano di rafforzamento – o di riconferma del loro ruolo, non è chiaro – delle scuole normali che verrà esplicitato nei prossimi mesi.

Nei due mesi successivi ai fatti di Nochixtlán, i toni e i temi del dibattito hanno continuamente oscillato da un estremo all’altro: dalle caute aperture si è passati alle chiusure autoritarie (mi riferisco ad esempio alla regolamentazione delle manifestazioni nella capitale o ai ripetuti sgomberi), dalle lusinghe (Nuño ha recentemente voluto ricordare il ruolo centrale e imprescindibile delle normali e precisare la loro superiorità pedagogica sulle università) alle denigrazioni. Ora il segretario Nuño sembra aver fatto ritorno alla “linea della fermezza”, ribadendo l’impossibilità di dialogo con la CNTE fintantoché questa non metterà fine alle proteste. Il conflitto tra le due parti non sembra insomma destinato a riassorbirsi in tempi brevi.

Secondo un recente sondaggio, il 65% dei messicani ritiene comunque che sia arrivata l’ora di modificare il modello educativo, e in particolare di porre più attenzione allo studio della lingua inglese e alle competenze informatiche.


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