Perché la visita in Messico è stata un successo per Donald Trump e una sconfitta per Peña Nieto

Pochi tweet di Donald Trump sono stati forti e hanno suscitato così tanta attenzione come quello che il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti d’America ha inviato alle 4:33 di mercoledì 31 agosto, dove annunciava di aver accettato «l’invito del presidente del Messico Enrique Peña Nieto» e di «non vedere l’ora» di incontrarlo il giorno successivo.

Ultimata la lettura di quei centoventisei caratteri, una domanda apparentemente semplicissima sorgeva spontanea, e se l’è posta anche Daniel Drezner sul Washington Post: perché? Non tanto perché Trump abbia deciso di andare in Messico, però, ma perché Peña Nieto abbia deciso di invitarlo. Nonostante l’incontro tra i due si sia concluso, trovare una risposta è ancora difficile.

La “mossa” di Peña Nieto è ovviamente stata fin da subito criticatissima, e ovviamente si è attirata le ire dei messicani. Prevederlo non era difficile, considerando che Trump ha passato gli ultimi due anni ad insultare il Messico e i suoi abitanti in tutti i modi possibili: li ha chiamati stupratori e narcotrafficanti; ha accusato il Messico di star uccidendo l’economia statunitense, di ospitare campi di reclutamento dello Stato Islamico e di inviare deliberatamente i propri criminali oltre la frontiera; lo ha definito un paese «non amico» e ha perfino minacciato di muovergli guerra. E poi c’è il «grande, bellissimo muro» lungo la frontiera.

A tutto questo, Peña Nieto non ha reagito. E quel poco che ha fatto – paragonare “The Donald” a Hitler e Mussolini – se l’è rimangiato dopo qualche mese. La virata indulgente di Peña Nieto è senza dubbio frutto del timore che Trump le elezioni possa vincerle veramente (la possibilità esiste, ovviamente), e che quindi sia meglio giocare d’anticipo e di diplomazia per non compromettere troppo la partnership tra le due nazioni.

Anche tenendo conto di questo, rimane difficile spiegarsi il perché della scelta del presidente messicano. Quale dialogo si potrà mai avviare con un politico che soltanto un giorno prima dell’incontro ancora twittava del bisogno di «costruire un grande muro lungo la FRONTIERA SUD» e di «fermare l’immigrazione illegale»?

Della visita in Messico Donald Trump non poteva che guadagnarne. In assenza di Hillary Clinton – che ha deciso di non accettare l’invito, almeno per ora – sarebbe stato lui a dettare l’agenda, considerata anche la passività di Peña Nieto. E infatti così è stato. Nel suo discorso a Los Pinos, la residenza presidenziale, Trump ha confermato il suo programma: costruire il famoso muro (ma non si è parlato di chi dovrà pagarlo: di certo, dice Peña Nieto, non il Messico), fermare l’immigrazione clandestina, rinegoziare il NAFTA a vantaggio degli USA (nelle fantasie di Trump sarebbe stato solo il Messico a guadagnarci finora) e impedire la delocalizzazione delle industrie manifatturiere americane. Non lo ha fatto con i soliti toni violenti, ma con la pacatezza e la moderazione imposta dall’essere ospite in una terra straniera: ha ribadito più volte il suo amore e il suo rispetto per i messicani, ha chiamato Peña Nieto suo «amico», ma neanche una volta ha chiesto scusa per le sue parole offensive nei confronti del Messico e della sua popolazione.

La conferenza stampa è stata aperta dal padrone di casa e dal suo debole e docile discorso: Enrique Peña Nieto ha rapidamente ricordato dei traffici (specie di armi, e spesso dimenticati) che partono dagli Stati Uniti verso il Messico, ha accennato alle divergenze che lo separano da Trump e poi alla necessità di un «mutuo rispetto» tra i due paesi. Tutto quello che Donald Trump rappresenta per il Messico – i suoi insulti, il suo razzismo – è stato cancellato in nome della possibile futura collaborazione.

In appena un paio d’ore Trump entra ed esce dal Messico e lo fa decisamente rafforzato: il dialogo con Peña Nieto lo ha legittimato ed elevato ad interlocutore politico del governo messicano; ai suoi sostenitori in patria ha offerto l’immagine dell’uomo forte che resta fedele al suo programma e che ammansisce un capo di stato straniero, e agli elettori indecisi quella di un leader “normale” capace di dialogare pacatamente. Trump non ha neanche dovuto confrontarsi con una forte opposizione popolare: tristemente, la partecipazione cittadina alla manifestazione anti-Trump a Città del Messico è stata scarsa.

In conclusione, quello che proprio non si riesce a capire è cosa sperasse di ottenere – e cosa abbia ottenuto – Peña Nieto da questo incontro, e come pensi ora di riconvertirlo a suo vantaggio. Il suo indice di gradimento è peraltro sempre più basso: secondo recenti sondaggi, si attesta al 23% appena.

Aggiornamento 06/09/2016: Conclusasi la conferenza stampa, Enrique Peña Nieto ha voluto precisare su Twitter quello che soltanto poco prima sia lui che Donald Trump avevano preferito non affrontare di persona: chi pagherà per l’ipotetico muro lungo il confine tra Stati Uniti e Messico?

Non il Messico, ha scritto Peña Nieto, specificando anche di averlo «messo in chiaro» con Trump già dall’inizio del loro incontro privato. Ma il candidato repubblicano, durante un comizio tutto incentrato sull’immigrazione e tenutosi quello stesso giorno in Arizona, ha affermato che «il Messico pagherà per il muro, al cento per cento. Ancora non lo sanno, ma pagheranno per il muro. Sono un grande popolo, hanno dei grandi leader, ma pagheranno per il muro».

Il pensiero è stato condensato in un tweet, subito ricondiviso dall’account Twitter di Peña Nieto con l’aggiunta di una piccola postilla: «Ripeto quanto le ho detto personalmente, signor Trump: il Messico non pagherà mai per un muro».

Il 1 settembre, dalla sua column sul quotidiano El Universal, Peña Nieto ha cercato di spiegare le motivazioni che lo hanno spinto ad invitare Donald Trump in Messico. In sostanza, siccome il dialogo è il «principio basilare della democrazia» e siccome il Messico dovrà necessariamente dialogare con il prossimo presidente degli Stati Uniti, Peña Nieto non poteva sottrarsi dall’incontrare Trump, dato che c’erano «tre cose» che gli andavano assolutamente comunicate: che i messicani meritano rispetto perché il Messico è un importante socio e alleato degli USA (e a questa considerazione Trump avrebbe “reagito positivamente”); che il Messico è fondamentale per il benessere dell’economia statunitense; che la frontiera è un «problema comune» e che il Messico «non pagherà per nessun muro».

Intanto, Hillary Clinton ha detto lunedì ad ABC News che non accetterà l’invito di Peña Nieto e che Donald Trump ha creato un «incidente diplomatico» col suo viaggio in Messico, perché si è dimostrato incapace «di comunicare efficacemente con un capo di stato». Trump – sostiene Clinton, tentando di sfruttare il discusso incontro a suo favore e danneggiare il suo avversario alle elezioni di novembre – non ha saputo affrontare nel dettaglio la questione del pagamento del muro (vero) e si è fatto dunque immediatamente contraddire (ma solo su Internet, in realtà) dal presidente messicano.

Secondo un sondaggio condotto dal quotidiano Reforma, l’85% dei messicani intervistati ritiene che Peña Nieto abbia commesso un errore nell’aver invitato Trump in Messico, e il 72% è convinto che l’incontro tra i due abbia indebolito il governo messicano. Il 64% degli intervistati, infine, ha dichiarato di aver modificato in negativo il proprio giudizio sul presidente.

Aggiornamento 07/09/2016: Il segretario delle Finanze Luis Videgaray ha annunciato oggi le sue dimissioni. L’uomo, ritenuto la mente dietro l’ambizioso programma riformista di Enrique Peña Nieto (rimasto, in verità, sostanzialmente inattuato), sarebbe stato il principale promotore e organizzatore della visita di Donald Trump.

La notizia arriva in un momento delicato sia per l’economia messicana, in seria crisi di inflazione, sia per il governo, attraversato da turbolenze interne, sia per il presidente, immerso in una crisi di legittimità.

Donald Trump ha prima celebrato la rinuncia di Videgaray come un successo personale, quasi fosse una prova della buona riuscita del suo viaggio in Messico, dopodiché – in apparente contraddizione – ha scritto su Twitter che «il Messico ha perso un brillante ministro delle finanze e un uomo fantastico che so essere molto rispettato dal presidente Peña Nieto».


Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

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