La storia e il “caso” dei 43 di Ayotzinapa, due anni dopo

Premessa: questo post è stato pensato e scritto come prosecuzione di quello pubblicato un anno fa, che cercava di riassumere in maniera più esaustiva possibile tanto la vicenda della sparizione dei quarantatré studenti di Ayotzinapa, quanto le incongruenze e le omissioni delle investigazioni ufficiali sul caso. Per ragioni di spazio, l’articolo che vi apprestate a leggere presuppone la conoscenza di quelle informazioni che, se rievocate, lo saranno soltanto parzialmente.

#AYOT2INAPA, in poche parole

Da settecentotrenta giorni in Messico il 26 settembre significa sparizione forzata. Quella dei quarantatré allievi della Scuola normale rurale di Ayotzinapa, scomparsi dalla città di Iguala la notte del 26 settembre di ormai due anni fa.

Ma le autorità messicane non la pensano allo stesso modo. Non pensano innanzitutto che si tratti di sparizione forzata (cioè direttamente attuata e coperta dallo Stato), e non pensano nemmeno che i giovani siano ancora da considerarsi dispersi: la «verità storica» ufficiale sul “caso Iguala” – sebbene non confermata e anzi addirittura contraddetta dalla scienza – li vuole infatti morti, inceneriti in una discarica nei pressi della città di Cocula dalla gang dei Guerreros Unidos, che li avrebbe erroneamente scambiati per membri di una organizzazione criminale rivale. Per la giustizia messicana il “caso Iguala” si è sostanzialmente chiuso il 7 novembre 2014 – giorno in cui la Procura generale (PGR), nella persona di Jesús Murillo Karam, presentò la suddetta ricostruzione –, e andrebbe catalogato nel corposo archivio delle “Storie di violenza legate al narcotraffico”.

Praticamente tutto quello che è seguito a quella data, sia nel primo anno di vita del caso che nel secondo, è servito alle istituzioni messicane per offrire all’opinione pubblica una conferma della loro «verità». Verso questo scopo muoveva sia l’annuncio del rinvenimento dei resti di Alexander Mora e di Jhosivani Guerrero (due dei normalisti scomparsi), sia la pubblicazione dei dossier delle indagini e dei risultati delle perizie ufficiali sul luogo del presunto incendio. Ma la decantata “trasparenza” è più propaganda che realtà: i tre dossier contengono interi paragrafi coperti con pesanti tratti di pennarello nero, le perizie non forniscono né spiegazioni né dettagli sulle modalità con cui sono state condotte, mentre il ritrovamento e l’analisi dei resti ossei dei due studenti sono avvenuti in circostanze poco chiare.

Oltre ad essere priva di fondamenta scientifiche, la «verità storica» si regge su confessioni estorte con la tortura e costruite ad arte. Secondo il GIEI (un gruppo di esperti nominato dalla Commissione interamericana dei diritti umani a svolgere indagini autonome sul caso, che il governo messicano ha però deciso di sollevare dall’incarico a fine dello scorso aprile), infatti, almeno l’80% dei detenuti per il “caso Iguala” – perlopiù presunti membri del mini-cartello dei Guerreros Unidos, persone ritenute vicine all’organizzazione e poliziotti di livello municipale – è sicuramente stato torturato, compreso il narcotrafficante El Cabo Gil, uno dei testimoni chiave, colui che secondo la PGR avrebbe materialmente ordinato il rapimento degli studenti e successivamente la loro cremazione.

In tutto questo, la PGR si ostina a non voler includere l’Esercito e la Polizia federale nelle indagini, nonostante il loro coinvolgimento nei fatti di Iguala sia stato provato dal lavoro del GIEI e da varie investigazioni giornalistiche. Il 27° battaglione di fanteria dell’Esercito messicano era di stanza ad Iguala, ma non intervenne a difesa degli studenti sebbene li stesse stranamente monitorando già da prima del loro ingresso in città. La notte del 26 settembre 2014 ad Iguala erano presenti anche la Polizia federale e quelle municipali di Iguala, Cocula e Huitzuco; il ruolo di queste ultime tre è stato riconosciuto anche dalla PGR.

Secondo il GIEI, per quella notte era stato senza dubbio organizzato un attacco coordinato, con tanto di posti di blocco, contro gli studenti di Ayotzinapa. Ma resta ancora da capire perché. Il GIEI ipotizza che in uno dei cinque autobus dirottati dai normalisti fosse nascosta una grossa partita di eroina che avrebbe dovuto raggiungere Chicago e che i Guerreros Unidos, con la complicità delle forze armate e dell’ordine, volevano assolutamente recuperare. Altri, ricordando come il sottosuolo dello stato di Guerrero sia straordinariamente ricco di oro, puntano il dito contro le compagnie minerarie, accusandole – forti dell’appoggio dell’Esercito – di reprimere gli attivisti ambientali e i difensori del bene pubblico, posizioni storicamente assunte dagli allievi della Normale rurale di Ayotzinapa.

Le incongruenze scientifiche

José Torero, professore all’Università di Queensland, in Australia, e rinomato scienziato, ha recentemente provveduto (anche lui) a smentire l’episodio – centrale nella «verità storica» sul “caso Iguala” – del rogo nella discarica e della cremazione degli studenti. Utilizzando delle carcasse di maiale dal peso di 70 kg circa ciascuna, e bruciandole singolarmente con 630 kg di legna, Torero ha potuto osservare come il fuoco non riuscisse comunque a cancellare completamente la carne dell’animale. Bruciare assieme quarantatré corpi umani dello stesso peso medio avrebbe richiesto tra i 20.000 e i 40.000 kg di legname, e anche ammesso che i narcos fossero riusciti a procurarsi così tanto combustibile, del materiale organico sarebbe comunque sopravvissuto all’incendio. Un fuoco talmente imponente avrebbe poi senz’altro dovuto danneggiare le cortecce degli alberi attorno alla discarica, conseguenza che invece non si è verificata. L’esperimento di Torero non poteva insomma portare ad altra conclusione, se non che è impossibile che i normalisti siano stati cremati nella discarica di Cocula.

Torero non è stato l’unico avversario della ricostruzione della PGR. Oltre al GIEI, anche la Équipe argentina di antropologi forensi (EAAF), nominata perito il 5 ottobre 2014 dai parenti degli studenti scomparsi, ne ha più volte ribadito l’impossibilità scientifica. Eppure la Procura messicana non ha mai modificato la sua versione dei fatti, continuando, al contrario, a difenderla.

Il 1 aprile scorso la PGR ha reso pubblici i risultati della terza perizia ufficiale eseguita dal Gruppo collegiale di esperti in materia di fuoco (GCEMF) nella discarica della città di Cocula. Il GCEMF ha affermato di essere giunto a tre conclusioni: che nella discarica si è senz’altro verificato un incendio «di grandi dimensioni», che «almeno diciassette uomini adulti» vi sono stati cremati, e che esistono le condizioni per parlare della cremazione di quarantatré corpi, ma «solo una prova su vasta scala potrà confermare questa possibilità». Durante la conferenza non soltanto non sono state però fornite le prove di queste affermazioni, ma non sono state nemmeno rivelate tutte le informazioni contenute nei fascicoli della perizia: nella discarica ci sarebbero stati almeno cinque incendi, e non uno; non è possibile stabilire né la data né la durata degli incendi, e che quindi siano stati appiccati nelle prime ore del 27 settembre 2014, come sostiene la PGR; è possibile che il sito del presunto incendio sia stato alterato, non essendo stato monitorato nei trenta giorni successivi al 27 settembre 2014; tra il 26 e il 27 settembre 2014 a Cocula si sono registrate forti piogge. Tre giorni fa, la PGR ha annunciato una nuova perizia – la quinta – nella discarica.

Secondo la «verità storica», terminata la cremazione dei quarantatré studenti nella discarica, i narcotrafficanti ne avrebbero chiuso i resti ossei in alcuni sacchi per infine gettarli in un fiume poco distante, il San Juan, dove la PGR ha comunicato – in maniera decisamente poco trasparente e quindi non dimostrabile – di aver rinvenuto dei frammenti di ossa appartenenti a due studenti, Alexander Mora e Jhosivani Guerrero. Il presunto legame tra la discarica di Cocula e il fiume San Juan è del tutto arbitrario, ed è pertanto uno dei punti più discussi della ricostruzione della Procura. Inoltre, l’Università di Innsbruck, in Austria, ha fatto sapere che i resti organici recuperati nella discarica di Cocula e inviatigli dalla PGR per essere analizzati non corrispondono a nessuno dei quarantuno studenti non ancora identificati: l’Università di Innsbruck aveva in passato già identificato sia Alexander Mora che Jhosivani Guerrero. I periti argentini dell’EAAF avevano però messo in discussione l’identificazione del secondo studente, ritenendo che la corrispondenza genetica tra i presunti resti di Jhosivani e il DNA della sua famiglia fosse «statisticamente bassa».

Il 27 aprile scorso la PGR ha aperto un’indagine interna contro Tomás Zerón – direttore dell’Agenzia di investigazione criminale della PGR stessa, dimessosi il 14 settembre appena passato per approdare al Consiglio nazionale di sicurezza nel ruolo di segretario tecnico – dopo che il GIEI diffuse un video, datato 28 ottobre 2014, che mostrava Zerón aggirarsi per il fiume San Juan in compagnia di un detenuto ammanettato (l’uomo mostrava segni di tortura quando fu visitato dal GIEI) esattamente un giorno prima della perizia ufficiale. Nel video si vedevano anche dei sacchetti di plastica simili a quello che pare contenesse i resti di Alexander Mora, che la PGR dice di aver ritrovato appunto il 29 ottobre. Zerón rispose che la sua presenza sul luogo era parte dell’indagine e che i due rappresentanti delle Nazioni Unite che erano con lui potevano confermarlo, ma l’ONU smentì immediatamente le sue parole, affermando di non essersi mai recato presso il San Juan.

Il GIEI sostiene che non esistano prove – quelle ottenute presumibilmente sotto tortura non possono dirsi valide – per affermare che i quarantatré studenti, o anche una parte di loro, siano stati condotti alla discarica di Cocula. Secondo i presunti sicari dei Guerreros Unidos, l’incendio appiccato per cremare gli ayotzinapos sarebbe durato dalle tre di mattina alle tre di pomeriggio del 27 settembre, e le rimanenti ceneri sarebbero state chiuse in otto borse e gettate nel San Juan verso le cinque di pomeriggio. Pur tralasciando l’impossibilità scientifica di questo scenario, e il fatto che le confessioni potrebbero essere state estorte, un fuoco così grande e prolungato avrebbe emanato una quantità di fumo visibile da chilometri di distanza, eppure nessuno notò nulla.

Falsificata sembra essere stata anche la prima autopsia su Julio César Mondragón, uno dei tre normalisti uccisi ad Iguala la notte del 26 settembre 2014 (sei furono le vittime totali) e ritrovato con il volto scorticato e gli occhi cavati. Sul corpo del ventiduenne, riesumato lo scorso novembre, è stata dunque condotta una nuova autopsia ad opera stavolta dei periti argentini, dopo che quella ufficiale aveva contemporaneamente stabilito che il suo viso era stato sia scuoiato con un coltello che divorato dagli animali selvatici. A luglio la Commissione messicana dei diritti umani ha però attribuito la piena “responsabilità” della scarnificazione alla «fauna predatrice», pur riconoscendo che il giovane fu torturato e picchiato prima di essere ucciso.

Il ruolo della polizia e delle forze armate

Nonostante l’opposizione della Procura, che gli ha negato l’accesso a tutta una serie di informazioni e documenti, il GIEI è comunque riuscito a provare la presenza dei soldati e di diversi corpi di polizia nell’infausta notte di Iguala di due anni fa e la loro partecipazione diretta all’attacco e alla sparizione degli studenti di Ayotzinapa. Oltre ai Guerreros Unidos, all’Esercito, alla Polizia federale e alle polizie municipali di Iguala e Cocula, in questo secondo anno di vita del caso il GIEI ha aggiunto anche la polizia municipale di Huitzuco (30 km da Cocula) alla lista degli attori coinvolti nella vicenda.

Secondo il GIEI, verso le 23:50 del 26 settembre i poliziotti portarono circa quindici normalisti ad Huitzuco (e non a Cocula): il cellulare di uno dei giovani è stato tracciato per l’ultima volta proprio ad Huitzuco, quando nelle prime ore del 27 settembre avrebbe inviato un messaggio a uno dei suoi genitori.

A marzo sono emerse nuove testimonianze che proverebbero ulteriormente il coinvolgimento della Polizia federale e dell’Esercito nel “caso Iguala”. Alcuni calciatori della squadra Los Avispones de Chilpancingo – il cui pullman fu assaltato durante il quinto (su sette, in ordine temporale) attacco di quella notte, forse perché scambiato per uno di quelli dirottati dai normalisti – hanno raccontato di essere stati arrestati dai poliziotti federali, che non hanno né sventato l’aggressione al loro pullman (bersagliato probabilmente dalle municipali) né permesso che i feriti fossero trasportati in ospedale. I testimoni hanno riferito che anche l’Esercito era presente per le strade di Iguala, ma che ugualmente non accorse in loro aiuto.

L’Esercito, poi, ha continuato a non voler collaborare alla risoluzione del caso, impedendo anzi che i soldati del 27° battaglione venissero interrogati dal GIEI. Perfino il segretario della Difesa Salvador Cienfuegos, anche lui un militare, disse che non l’avrebbe mai permesso. Il GIEI è comunque riuscito ad ottenere la dichiarazione che un membro della Marina rilasciò davanti alla PGR nel giugno 2015, nella quale accusava un soldato del 27° battaglione – soprannominato El Satánico – di trafficare armi per conto dei Guerreros Unidos.

Gli autori del libro La guerra que nos ocultan (2016; almeno per ora disponibile solo in spagnolo) hanno scoperto che il telefono di Julio César Mondragón, lo studente ucciso e dal volto scuoiato, è stato attivo dal 27 settembre 2014 al 4 aprile 2015, e in questo periodo avrebbe effettuato chiamate anche dal Campo militare numero 1 di Città del Messico. E attivi ben oltre il 27 settembre 2014 sono risultati anche i cellulari di molti altri normalisti: ennesima smentita della «verità storica», per la quale i telefoni sarebbero stati inceneriti assieme ai loro proprietari. Uno dei ragazzi rapiti ha inoltre inviato un messaggio alla madre intorno all’1:15 del 27 settembre, quando per la PGR sarebbe già dovuto essere morto da più di un’ora.

Sempre restando in tema di ostruzionismo e di sabotaggio della ricerca della verità, un filmato ripreso dalle telecamere del Palazzo di giustizia di Iguala che aveva registrato alcuni momenti dell’attacco e del sequestro di un gruppo di studenti presumibilmente ad opera di corpi di polizia di diverso livello e municipio – e quindi preziosissimo per le indagini – è stato perso dalle stesse autorità incaricate di custodirlo, e non ne esisterebbero delle copie.

La fine dell’incarico del GIEI

Lo scorso 30 aprile si è definitivamente concluso il periodo di lavoro del GIEI, al quale il governo messicano ha negato la possibilità di proseguire con le sue indagini sul “caso Iguala” nonostante le richieste provenienti dalla società civile, dalla Commissione interamericana dei diritti umani e dai genitori dei normalisti scomparsi, che hanno sempre appoggiato l’operato del team.

Anche il presidente Enrique Peña Nieto ha voluto ribadire di persona che il mandato del GIEI non sarebbe andato oltre la fine di aprile, e si è giustificato dicendo che il termine dell’incarico del gruppo era stato già prorogato di sei mesi. In una diversa occasione, Peña Nieto disse che non si poteva «pretendere di dare la colpa al governo federale» per la sparizione dei quarantatré studenti, e che «la Procura si è impegnata a svolgere un’indagine approfondita, e a renderla più trasparente possibile».

Durante tutta la durata del suo lavoro, il GIEI ha però dovuto scontrarsi con la pressoché assente volontà di collaborazione delle istituzioni messicane, che gli hanno negato il permesso di accedere a determinati documenti (come il filmato misteriosamente smarrito di cui sopra) o di intervistare determinati soggetti (come i soldati del 27° battaglione): tutti elementi che hanno inevitabilmente compromesso la completezza dell’indagine. Oltre a questo, verso il GIEI è stata condotta una vera e propria campagna di discredito da parte dei media filogovernativi più beceri.

In uno dei suoi ultimi comunicati, il GIEI ha espresso la speranza che i risultati della sua investigazione possano aiutare la PGR nella ricerca dei giovani scomparsi e nell’individuazione dei colpevoli dei fatti di Iguala, raccomandando sostanzialmente alle istituzioni messicane di rovesciare la narrazione ufficiale del caso e di abbandonare l’indifendibile «verità storica». Raccomandazione che difficilmente verrà accolta se si considera che, sebbene il GIEI – nonostante le pesanti limitazioni – abbia smentito punto per punto la ricostruzione della PGR, il segretario degli Interni Miguel Ángel Osorio Chong ritiene che l’indagine indipendente non abbia offerto nessun elemento contrario a quella della Procura.

I possibili moventi

La questione del movente dell’aggressione ai normalisti resta probabilmente la più oscura del “caso Iguala”. Secondo la PGR, gli studenti sono stati assaltati e quarantatré di loro uccisi e poi cremati dai Guerreros Unidos perché scambiati per membri della gang rivale dei Los Rojos, con la quale si contendono il controllo dello stato di Guerrero, importante crocevia per il contrabbando di droga. Stando a El Gil, uno dei leader dei Guerreros Unidos, parte dei normalisti rapiti sarebbero stati uccisi in una piccola località nei pressi della città di Iguala nota come Tjeritas. Le autorità federali scoprirono a Tjeritas delle fosse clandestine contenenti undici corpi, ma è l’intero municipio di Iguala ad essere un enorme cimitero: soltanto lo scorso 17 maggio ne sono stati localizzati cinquanta, quattro dei quali parzialmente calcinati (chiaro rimando alla presunta modalità della morte dei normalisti).

Secondo il GIEI, invece, i normalisti sono stati attaccati sia dai narcos che dalle forze armate e dell’ordine per il timore di questi ultimi di perdere un cospicuo carico di eroina che avrebbe dovuto raggiungere Chicago (sbocco principale dei traffici dei Guerreros Unidos) e che era nascosto in uno dei cinque bus dirottati dagli studenti il 26 settembre 2014. Se anche il movente proposto dal GIEI non può dirsi del tutto convincente, è vero però che la PGR ha sempre escluso il quinto pullman – quello “incriminato” – dalle indagini; addirittura, secondo la «verità storica» i bus in possesso dei normalisti quel giorno erano solamente quattro.

Secondo gli autori di La guerra que nos ocultan, il “caso Iguala” va riconsiderato tenendo conto del contesto economico del Guerrero, non solo centro strategico per il narcotraffico ma anche stato ricchissimo di oro, eppure povero (lo è il 65,2% degli abitanti) e violento. La violenza è in moltissimi casi la risposta delle compagnie minerarie e delle autorità statali alle proteste dei difensori ambientali che si oppongono allo sfruttamento intensivo del territorio guerrerense, chiedendo che si rispettino i diritti fondamentali alla terra, all’acqua e alla salute dei cittadini. Il Guerrero è il quarto stato del Messico in cui si sono registrati più casi di aggressione verso gli attivisti ambientali, che dal 2010 al 2015 sono aumentati del 990% nell’intera nazione e che fanno del Messico uno dei paesi più pericolosi al mondo per i tutori del territorio.

Stando a quest’ultima interpretazione, gli attacchi di Iguala del 26 settembre – che non si sono, è bene ricordarlo, limitati ai soli normalisti – andrebbero inquadrati in quella che il giornalista Federico Mastrogiovanni ha chiamato «strategia del terrore», portata avanti dalle compagnie minerarie e petrolifere con l’appoggio dello Stato con lo scopo di diffondere un clima di paura tra la popolazione e così reprimere o paralizzare i movimenti sociali per la difesa del bene pubblico, in modo da tutelare gli investimenti dei grandi imprenditori privati. E gli studenti della Normale rurale di Ayotzinapa hanno una lunga storia di militanza in questo settore, tanto che la scuola – dove si formarono Lucio Cabañas e Genaro Vázquez, simboli della sinistra rivoluzionaria messicana – venne in passato soprannominata semillero de guerrilleros, “fucina di guerriglieri”.


Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...