E se vincesse Trump? Le possibili conseguenze per il Messico

Nella prima metà di settembre Donald Trump era considerato da più parti addirittura in vantaggio su Hillary Clinton. Passato un mese, la situazione è completamente diversa: i sondaggi realizzati dopo il dibattito televisivo del 26 settembre lo danno indietro di diversi punti percentuali rispetto alla sua avversaria, e la recente sfilza di scandali (dallo scoop del New York Times a quello del Washington Post, fino alle ultime accuse di molestie sessuali da parte di due donne apparse ancora sul New York Times) di certo non lo aiuterà a riguadagnare consensi.

All’8 novembre mancano relativamente pochi giorni, ma il candidato del Partito Repubblicano – anche se può sembrare impossibile – ha certamente ancora la possibilità di vincere le elezioni e diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. E se ci si immagina un Donald Trump seduto nello Studio ovale è impossibile non domandarsi quali ripercussioni la sua presidenza potrebbe avere sul vicino Messico, visto quanto peso ha avuto questo paese nel suo programma elettorale.

La promessa del «grande, bellissimo muro» da costruire a spese dello stato messicano lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico è certamente la dichiarazione più famosa di Donald Trump. Nelle intenzioni dell’imprenditore, la parete di cemento armato servirebbe a tenere lontani migranti e narcos e sarebbe alta ben 19 metri (ma Trump ne altera le dimensioni praticamente ad ogni dibattito) e lunga circa 3.000 chilometri, mentre il suo costo oscillerebbe tra i 10 e i 12 miliardi di dollari. Diversi esperti hanno però contestato questo preventivo, sostenendo che i reali costi di realizzazione sarebbero ben più alti, e ammonterebbero a 25 miliardi di dollari: una spesa insostenibile per qualunque stato, Stati Uniti compresi. Ovviamente, sia l’attuale presidente messicano Peña Nieto che i suoi predecessori Fox e Calderón hanno fermamente e ripetutamente dichiarato che non accetteranno mai di pagarne la costruzione.

Ma il progetto di un muro lungo la frontiera è irrealizzabile anche per ragioni ecologiche. Una barriera fisica tra Messico e Stati Uniti impedirebbe gli spostamenti e le migrazioni di oltre ottocento diverse specie animali, comprese alcune a rischio di estinzione, come il giaguaro, il bighorn e l’antilocapra. Diversi accordi bilaterali tra Stati Uniti e Messico impongono inoltre il divieto assoluto di costruzione lungo il corso del Río Bravo, il grande fiume che funge da “confine naturale” tra i due stati.

Oltre a non rappresentare uno scoglio insormontabile né per quei migranti che Trump ha criminalizzato (e che ha detto di voler deportare in massa) né tantomeno per il narcotraffico, il muro finirebbe per rivelarsi addirittura dannoso per la stessa economia statunitense, perché ostacolerebbe quel florido mercato frontaliero fatto di lavoratori e di commercio. Il valore dell’interscambio commerciale con il Messico (terzo più grande partner degli Stati Uniti e secondo principale mercato per l’export) ammonta infatti ad un miliardo di dollari al giorno circa e dà lavoro – direttamente o indirettamente – a quasi cinque milioni di americani: praticamente più del 20% dei posti di lavoro esistenti negli Stati Uniti dipende dalla frontiera e quindi da una buona partnership economica con il Messico. La dipendenza economica dalla frontiera si fa ancora più forte per stati come il Texas e la California: basti pensare all’area metropolitana internazionale di San Diego-Tijuana, divisa tra la California statunitense e la Bassa California messicana, importantissimo centro manifatturiero e tecnologico.

In caso di vittoria, Donald Trump ha anche promesso ai suoi elettori che si impegnerà per una completa rinegoziazione – o addirittura per l’abbandono – del NAFTA, l’accordo nordamericano di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico entrato in vigore nel 1994. Secondo Trump il NAFTA – definito «il peggiore accordo commerciale della storia» – avrebbe danneggiato profondamente l’economia e i lavoratori statunitensi, incentivando le aziende americane a dislocare i propri stabilimenti in Messico per approfittare del minor costo della manodopera locale. Misurare l’impatto complessivo del NAFTA, e quindi stabilire se abbia portato benefici o svantaggi, è molto difficile per mancanza di dati certi e di metodologie precise, ma certamente la realtà delle cose è molto più complessa di come viene presentata da Trump: proprio grazie al NAFTA il valore dell’export statunitense in Messico è aumentato sensibilmente, passando dai 41 miliardi e mezzo di dollari del 1993 agli oltre 240 del 2014, e dal 1994 ad oggi l’interscambio commerciale complessivo tra i due paesi si è triplicato. Non mancano ovviamente i lati negativi, avvertiti soprattutto in Messico: su tutti, deregolamentazione del mercato e scarsa attenzione ai diritti dei lavoratori.

Che Donald Trump riesca o meno a farsi eleggere presidente, comunque, la campagna elettorale americana genera così tanto nervosismo nei mercati che il Messico sta vedendo danneggiata la sua economia già da ora: più il candidato repubblicano è percepito in vantaggio su Clinton, più la valuta messicana – il peso (Mex$) – perde valore. Trump non è ovviamente l’unico responsabile della debolezza del peso, che da più di un anno sta vivendo un periodo di sensibile svalutazione rispetto al dollaro statunitense: influisce molto anche la caduta del prezzo del petrolio (di cui il Messico è il decimo produttore mondiale) e una più generale tendenza degli investitori a spostare i propri capitali dal Messico agli Stati Uniti per approfittare degli alti tassi di interesse applicati dalla Federal Reserve. Ma l’“effetto Trump” è innegabile e talmente determinante che il peso si è ad esempio rafforzato del 2% solo durante il confronto televisivo del 26 settembre – indiscutibilmente vinto da Hillary Clinton –, passando da 19,9 Mex$ per 1 dollaro prima a 19,5 Mex$ circa dopo.

Il presidente Enrique Peña Nieto sta cercando di rassicurare i mercati sulle condizioni dell’economia e della moneta messicana, ma l’ottimismo è tutt’altro che il sentimento più diffuso. Si teme al contrario che una ipotetica presidenza Trump possa far piombare il Messico in una profonda crisi di recessione e innescare una caduta del PIL del 4,9% soltanto nel primo anno, provocata a sua volta da una massiccia fuga di capitali e dal crollo dei consumi interni e delle esportazioni verso gli Stati Uniti, principale partner commerciale. Trump ha inoltre minacciato che bloccherà tutte le rimesse dei lavoratori immigrati verso i propri paesi d’origine, e il Messico è lo stato latinoamericano che più beneficia di questo fenomeno, con circa 24 miliardi di dollari nel 2015. Il Messico dipende inoltre ancora troppo dal NAFTA e dal mercato nordamericano: un buon 35% dei posti di lavoro in Messico è intimamente legato al commercio estero, e nel 2015 ancora il 73% delle esportazioni si rivolgeva ai soli States (contro il 79% del 1993).

Se vuole contrastare efficacemente Trump, il Messico ha bisogno di un approccio deciso: deve innanzitutto controbattere alla retorica trumpiana, smentirne le affermazioni false e ricordare agli investitori americani e agli elettori quale ruolo importante rivesta per la buona salute dell’economia degli Stati Uniti. La linea intrapresa dal presidente Peña Nieto e dal suo gabinetto di governo è però – opposizione al muro esclusa – molto moderata e apparentemente passiva, tutta attenta a non attaccare personalmente Trump per evitare di compromettere troppo i (preziosi) legami commerciali con gli Stati Uniti in caso di una sua vittoria.

Aggiornamento 10/11/2016: Trump è stato eletto presidente, e in Messico le conseguenze non si sono fatte attendere.


Puoi seguirmi su Twitter: @marcodellaguzzo

Questo articolo è apparso anche su Geopolitica.info.

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