L’“effetto Trump” comincia a farsi sentire in Messico

Contro ogni previsione e pronostico, il repubblicano Donald J. Trump sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. E nel vicino Messico, che ha seguito le elezioni con particolare – e comprensibile – apprensione, le conseguenze non si sono fatte attendere.

Nella notte dell’8 novembre, a spoglio ancora in corso, non appena il vantaggio di Trump su Hillary Clinton ha incominciato a delinearsi, il valore del peso (o Mex$, la valuta messicana) è crollato del 12% rispetto al dollaro statunitense, raggiungendo un nuovo minimo storico: 20,73 Mex$ per 1 $, contro i 18,20 Mex$ per 1 $ nel pomeriggio dello stesso giorno. Si è trattato del peggiore risultato dal 1995.

Vista la situazione emergenziale, la Segreteria delle Finanze e del Credito pubblico e il Banco de México hanno annunciato immediatamente, per la mattina seguente, una conferenza stampa nel tentativo di rassicurare i mercati e di contenere le perdite. Tentativo però che si è rivelato fallimentare: le parole del segretario delle Finanze José Antonio Meade – che ha assicurato che l’economia messicana non è stata affatto influenzata dal risultato elettorale statunitense, e che il paese era in grado di rispondere alla particolare situazione finanziaria da una «posizione di forza» – non hanno convinto gli investitori, e il peso, che aveva anche leggermente recuperato valore, è rapidamente crollato a 20,23 Mex$ per 1 $. Anche la Borsa messicana (BMV) ha aperto in perdita, con un -2,47%.

Il presidente Enrique Peña Nieto si è invece congratulato su Twitter con Donald Trump per la sua vittoria, rinnovando la sua disponibilità di collaborazione con il neo-eletto presidente e dicendosi fiducioso che Messico e Stati Uniti «continueranno a rafforzare i loro legami di cooperazione e di rispetto reciproco». Le parole di Peña Nieto – compreso l’accento sul «mutuo rispetto» – ricalcano quelle pronunciate il 31 agosto scorso durante la visita ufficiale di Trump a Città del Messico su diretto invito del presidente: da quella visita l’unico ad uscirne vincitore fu proprio Trump, al quale fu offerta la possibilità di mostrare il suo lato “presidenziale” (senza tradire la sua agenda: il progetto del muro frontaliero costruito a spese del Messico non è stato formalmente abbandonato); Peña Nieto, al contrario, ne ha molto sofferto in termini di popolarità, e il suo fedelissimo ministro delle Finanze – che di quella visita era stato, pare, il principale promotore – è arrivato perfino a dimettersi dal suo incarico.

Riguardo al famigerato «grande, bellissimo muro», la segretaria degli Esteri Claudia Ruiz Massieu ha ribadito l’opposizione del governo federale messicano al progetto: se però soltanto a settembre la proposta del muro era stata bollata, senza mezzi termini, come «assurda», la segretaria ha ora dichiarato semplicemente che «pagare per un muro non rientra nella nostra visione di integrazione». Ruiz Massieu ha detto anche che il Messico è pronto ad affrontare un eventuale rimpatrio di massa dei messicani emigrati negli Stati Uniti, vista la promessa di Trump di deportare tutti i migranti irregolari presenti sul territorio americano.

Che l’economia del Messico dipenda dagli Stati Uniti d’America (luogo di destinazione del 73% delle esportazioni) è cosa nota, e lo stesso può dirsi, viceversa – ma in termini meno assoluti –, per gli Stati Uniti. La vittoria di Trump, e l’ipotetica virata isolazionistica che gli USA potrebbero ora avviare con l’uscita dal NAFTA, sta in un certo senso imponendo al Messico di diversificare i suoi legami commerciali: il Partenariato Trans-Pacifico (TPP) potrebbe rivelarsi utile allo scopo, e Reuters ha parlato – citando anonime fonti governative – della volontà messicana di stipulare un accordo di libero scambio con la Cina.

Con Peña Nieto, effettivamente, i legami commerciali tra Messico e Cina pare si stiano intensificando: durante lo scorso G20, ad esempio, Peña Nieto e il presidente cinese Xi Jinping si sarebbero accordati per un piano quinquennale di investimenti cinesi in Messico – nello specifico nel settore geospaziale e in quello delle nanotecnologie – che comprenderebbe anche la creazione, in Messico, di Zone economiche speciali.

Aggiornamento 13/11/2016: Justin Trudeau si è detto «più che felice» di discutere del NAFTA con Donald Trump e, se necessario, di apportarvi delle modifiche. Le parole del primo ministro canadese non sorprendono, se si tiene conto del fatto che nel 2015 l’interscambio commerciale tra Canada e Stati Uniti ammontava a quasi 663 miliardi di dollari; quello tra Stati Uniti e Cina, nello stesso anno, si fermava a 659 miliardi.

Proprio come il Messico, anche il Canada dipende fortemente dal mercato statunitense (il 75% dell’export canadese è diretto verso gli USA), e – proprio come il Messico – teme pertanto quella politica protezionistica che Trump ha promesso ai suoi elettori durante la campagna elettorale e che passerebbe proprio per l’uscita dal NAFTA.

Un nuovo accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Canada – o un eventuale ritorno a quello del 1987 – contribuirebbe all’isolamento del Messico, partner importante ma decisamente secondario per il Canada: nel 2015 il commercio tra i due paesi ammontava a circa 30 miliardi di dollari canadesi.

In Messico, intanto, il valore del peso continua a scendere: 21,50 pesos per un dollaro.


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