In Messico i prezzi della benzina si sono alzati moltissimo

Lo scorso 27 dicembre il segretario delle Finanze del Messico José Antonio Meade ha annunciato alla popolazione che a partire dal 1 gennaio 2017 i prezzi della benzina avrebbero subìto un aumento anche del 20% rispetto a quelli registrati nell’ultimo mese del 2016. E così è effettivamente stato.

Il segretario Meade ha definito il gasolinazo (ovvero la brusca impennata dei prezzi della benzina, gasolina in spagnolo) un «cambiamento importante» che segna di fatto la fine della tradizionale politica statale di imposizione del prezzo e la piena apertura al libero mercato. Questo gasolinazo – ha continuato Meade – «permetterà di evitare distorsioni artificiali» (oltre a quelle operate dal mercato, s’intende) del prezzo della benzina, che d’ora in avanti rifletterà sia le oscillazioni del valore del petrolio che le spese di produzione.

Il segretario dell’Ambiente Rafael Pacchiano, membro del Partito Verde Ecologista, ha invece difeso il gasolinazo lodandone le finalità ambientaliste: una benzina più costosa, ha detto, fungerà da disincentivo per l’acquisto di inquinanti automobili di grossa cilindrata – costume apparentemente diffuso tra i messicani più facoltosi – e contemporaneamente (ma solo teoricamente) incoraggerà il ricorso a forme di energia rinnovabili e pulite.

La reazione della popolazione messicana è stata fortissima. Più di seicento persone sarebbero state arrestate durante le proteste che hanno interessato praticamente l’intera nazione dal 1 gennaio con blocchi stradali e autostradali, cortei, danneggiamenti di distributori di benzina e saccheggi. Si sarebbero registrati anche degli abusi di potere da parte delle forze dell’ordine, e quattro civili e un poliziotto sono rimasti uccisi durante degli scontri. Nuove manifestazioni sono già state annunciate per le prossime settimane.

La rabbia dei cittadini per il forte aumento della benzina è tuttavia comprensibile, considerato il costo della vita nel paese (secondo una stima di Bloomberg, i messicani spendono per la benzina circa il 3,38% del loro salario; gli italiani meno dell’1%) e il fatto che quasi il 42% della popolazione occupata non dispone di un reddito mensile sufficiente ad acquistare nemmeno i beni alimentari di prima necessità. L’incremento dei prezzi del carburante si ripercuoterà poi su quelli dei trasporti pubblici e degli alimenti, compresi quelli basilari come fagioli, uova e cereali: il costo di pane e tortillas, ad esempio, salirà rispettivamente del 22% e del 30%.

Anche il presidente Enrique Peña Nieto ha detto di «comprendere» la rabbia della popolazione, ma ha aggiunto che il gasolinazo è una misura «dolorosa» ma «necessaria», che non è causata dalla Riforma energetica bensì dall’aumento dei prezzi internazionali del petrolio.

La liberalizzazione dei prezzi della benzina rientra pienamente, in realtà, nella più ampia ristrutturazione del settore energetico messicano voluta da Peña Nieto: la sua Riforma energetica – approvata nel 2013 – ha decretato la riapertura del settore petrolifero agli investimenti stranieri e privati dopo ben settantacinque anni di statalizzazione. Nel 1938, infatti, l’allora presidente Lázaro Cárdenas ordinò la nazionalizzazione di tutte le compagnie operanti in Messico (principalmente americane e inglesi, che controllavano quasi l’interezza del mercato petrolifero della nazione) e la creazione della Petróleos Mexicanos (PEMEX), l’impresa statale pubblica nelle cui sole mani vennero concentrate le fasi di trivellazione, estrazione, raffinazione, stoccaggio, distribuzione e vendita del petrolio e dei prodotti petrolchimici.

Il percorso della riforma, tanto contestata in patria (il settore petrolifero pubblico è ancora visto come l’ultimo cardine del nazionalismo rivoluzionario messicano) quanto generalmente apprezzata all’estero, è stato lento. La prima asta per la vendita di blocchi esplorativi si è tenuta soltanto nel luglio 2015, e le prime compagnie private diverse dalla statale PEMEX hanno iniziato a vendere la propria benzina in Messico solo dal 2016. In generale, non si può dire che la Riforma energetica stia registrando dei successi: gli investitori non si sono mostrati così interessati come previsto e sperato, e anche la promessa di una riduzione del costo dell’elettricità è stata disattesa.

Stando agli ultimi dati disponibili, il Messico è il decimo produttore mondiale di petrolio e ne possiede la diciassettesima maggiore riserva. Le esportazioni di greggio sono tuttavia in preoccupante calo (-44,8% lo scorso anno), e le insufficienti capacità di raffinazione, stoccaggio e distribuzione della PEMEX lo costringono ad importare più della metà della benzina che viene consumata nel paese.

Questo gasolinazo giunge infine in un momento delicatissimo per l’economia messicana. A settembre il tasso di inflazione era quasi del 3%, la moneta continua a toccare sempre nuovi minimi storici rispetto al dollaro (1 $ vale circa 21,80 pesos) e il presidente eletto Donald Trump minaccia contemporaneamente di bloccare le rimesse degli immigrati negli Stati Uniti e di abbandonare l’accordo di libero scambio (assolutamente vitale per il benessere del Messico), minacciando anche le aziende – come Ford, General Motors e Toyota – intenzionate ad investire in terra messicana con alti dazi doganali.

E per febbraio gli analisti prevedono un ulteriore incremento dei prezzi della benzina in Messico, che stavolta ammonterebbe a circa l’8%.


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Immagine di copertina via EFE.

Questo articolo è apparso anche su Geopolitica.info.

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