Com’è andata la visita di Tillerson e Kelly in Messico

Il segretario di stato degli Stati Uniti d’America Rex Tillerson e il capo della sicurezza interna John Kelly si sono riuniti ieri a Città del Messico con le loro controparti messicane, Luis Videgaray e Miguel Ángel Osorio Chong, rispettivamente segretario degli Esteri e degli Interni nel gabinetto di Peña Nieto. Si è trattato di un incontro molto “pacato” e rassicurante, condotto secondo le convenzioni della diplomazia e lontanissimo per toni e per contenuti dalle dichiarazioni di Donald Trump.

L’amministrazione Trump ha infatti recentemente annunciato di voler deportare in Messico tutti i migranti irregolari entrati negli Stati Uniti dalla frontiera meridionale, a prescindere dalla loro nazionalità. Luis Videgaray aveva commentato l’ipotetica misura dicendo che il Messico non avrebbe accettato «misure imposte unilateralmente da un governo ad un altro» e minacciando di rivolgersi alle Nazioni Unite. Anche ieri ha voluto ribadire «la preoccupazione e l’irritazione» provate dal paese nei confronti di questo genere di politiche chiaramente anti-messicane.

Nel tentativo di stemperare la tensione tra i due paesi, a Città del Messico John Kelly ha dichiarato che non ci saranno «deportazioni di massa» e che i militari non verranno coinvolti nelle pratiche di rimpatrio. Soltanto poche ore prima, tuttavia, Donald Trump in persona aveva parlato senza mezzi termini di «operazione militare»; un portavoce della Casa Bianca aveva poi corretto la dichiarazione, specificando che «l’aggettivo» “militare” era riferito «al modo ordinato e professionale con cui gli ordini esecutivi verranno attuati».

Nella stessa occasione, Trump aveva anche anticipato che il viaggio in Messico di Rex Tillerson si sarebbe rivelato «un viaggio difficile, perché dobbiamo [gli Stati Uniti] essere trattati in modo giusto dal Messico». Tillerson ieri ha cercato, anche lui, di smussare l’aggressiva retorica trumpiana offrendo parole concilianti: pur riconoscendo che «due forti paesi sovrani possono avere, di tanto in tanto, delle divergenze», Stati Uniti e Messico continueranno comunque ad «ascoltarsi vicendevolmente» con attenzione e rispetto. Luis Videgaray ha detto che le relazioni tra Messico e Stati Uniti stanno attraversando «un momento complesso», mentre Osorio Chong ha ribadito come i due paesi abbiano bisogno l’uno dell’altro.

Nessuna dichiarazione è stata invece fatta sul muro e su chi dovrà pagarlo, probabilmente in ossequio al “patto” stretto lo scorso mese tra Peña Nieto e Trump, che si sarebbero accordati telefonicamente per non discutere pubblicamente della questione. Patto che tuttavia Trump non ha rispettato: ha continuato a ripetere che sarà il Messico a pagare per il muro, poi ha scritto su Twitter che «il grande MURO al confine costerà più di quanto il governo aveva inizialmente pensato» ma che non appena prenderà parte alle negoziazioni «il prezzo SI ABBASSERÀ!».

Non è chiaro però perché Trump abbia voluto specificare questo fatto ai cittadini americani o perché abbia interesse a ridurre le spese di costruzione se il muro sarà – come sostiene da sempre – pagato dal governo messicano. In precedenza, di fronte all’ennesimo tweet provocatorio sul tema, il 26 gennaio Enrique Peña Nieto decise di annullare la sua visita ufficiale a Washington prevista per la settimana successiva. Almeno per il momento, non ne è stata fissata una nuova.

Prima di rientrare a Washington, Rex Tillerson e John Kelly si sono incontrati a porte chiuse con il presidente Peña Nieto. Non sono stati resi noti alla stampa i dettagli e gli argomenti della riunione, ad eccezione di un invito da parte di Peña Nieto al rispetto e alla protezione dei diritti degli immigrati messicani residenti negli Stati Uniti. La situazione dei messicani in territorio statunitense rappresenta da diverse settimane la più grande preoccupazione del Messico, che teme l’innescarsi di una crisi lungo il confine settentrionale qualora le deportazioni di massa annunciate da Trump venissero effettuate.

Già Barack Obama aveva espulso dal 2009 al 2015 circa 2,8 milioni di immigrati, in maggioranza messicani, ma Trump ha promesso di espellere «i brutti ceffi da questo paese ad un tasso mai visto prima». Inoltre, il Dipartimento della sicurezza interna, guidato da John Kelly, vorrebbe deportare in Messico non soltanto i messicani ma anche tutti gli altri latinoamericani, a prescindere dal loro paese d’origine, e il Messico non è assolutamente preparato ad affrontare una simile eventualità. L’amministrazione Peña Nieto ha già destinato circa 50 milioni di dollari per il rafforzamento delle reti consolari negli Stati Uniti, per offrire assistenza legale e logistica ai messicani emigrati in America.

La visita ufficiale di Tillerson e Kelly ha comunque giovato al peso, la valuta messicana, che ieri si è rafforzato dell’1,5%, raggiungendo il livello più alto mai registrato dal giorno dell’annuncio della vittoria di Donald Trump. Dopo un lunghissimo periodo di debolezza, il peso aveva già cominciato a recuperare valore prima degli eventi di ieri a seguito della decisione della banca centrale messicana di alzare i tassi di interesse per contrastare l’inflazione generata dall’aumento dei prezzi della benzina nel paese.


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Immagine via Carlos Jasso/Reuters.

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